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Scritto da il apr 10, 2019 in Attualità, Europa e Euro, Primo Piano | 0 commenti

All’Italia la Brexit può fare comodo (ma solo se concertata)

All’Italia la Brexit può fare comodo (ma solo se concertata)

In virtù della “correzione britannica”, ogni anno l’Italia paga centinaia di milioni per mantenere il Regno Unito nella Ue. Con la Brexit questo balzello potrebbe finire, ma i danni di un “no deal” sarebbero superiori ai benefici. E le conseguenze di un’eventuale “Italexit” sarebbero addirittura peggiori.

Poche volte nella sua storia la campana del Big Ben, sulla torre di Westminster a Londra, ha segnato ore così drammatiche come quelle che sta battendo in queste settimane.

Sospeso tra l’eventualità di un’uscita dall’Unione Europea decisa solamente a Bruxelles e quella – se possibile ancora peggiore – di una Brexit non decisa per colpa dei parlamentari che siedono alla Camera dei Comuni, il Regno Unito vede consumarsi il tempo che porta al 12 aprile, data fatidica oltre la quale c’è solo lo spettro del no-deal. L’uscita senza accordo, disastrosa per i partner commerciali di Londra ma addirittura catastrofica per l’economia britannica.

Eppure in tanti mesi di discussione su quelli che potrebbero essere gli effetti dei vari scenari (Brexit “dura”, Brexit “morbida”, ripetizione del referendum, uscita senza accordo), in pochi hanno ragionato su quelli che potrebbero essere le conseguenze sul nostro Paese.

ALL’ITALIA LA BREXIT CONVIENE…

Lo ha fatto un interessante pezzo pubblicato a fine marzo sul sito TrueNumbers.it , che analizza alcune voci dei bilanci europei degli ultimi anni alla luce della decisione della Gran Bretagna di divorziare dalla Ue. Secondo i dati della Corte dei Conti relativi agli anni 2011-2017, dal 1984, Londra ha potuto versare meno contributi a Bruxelles di quanti avrebbe dovuto.

Era il 1984 quando la battagliera premier britannica Margaret Thatcher, da poco vincitrice nella guerra delle Falklands, ottenne per il proprio Paese un’esenzione dall’aumento del prelievo Iva, a titolo di “rimborso” per gli anni in cui Londra aveva versato più di quanto riceveva. Non pochi, forse, ricorderanno il famoso slogan “I want my money back”. 

Con l’accordo di Fontainebleau la Thatcher ottenne la cosiddetta “correzione britannica”: in quella sede si stabilì un meccanismo per correggere gli squilibri di bilancio che veniva incontro proprio alle pretese britanniche. E che costituì, di fatto, un privilegio più unico che raro. Solo al Regno Unito, infatti, fu concesso di ridurre i contributi versati.

E chi pagava per compensare i mancati introiti derivati dai pagamenti inglesi? Gli altri Stati membri, fra cui l’Italia. Che solo negli ultimi sette anni, è stato calcolato sulla base dei numeri della Corte dei Conti, ha dovuto versare poco meno di un miliardi l’anno. 

Il record, curiosamente, proprio nell’anno del referendum sulla Brexit, il 2016: in quell’anno la “correzione britannica” ci sarebbe costata ben 1,26 miliardi di euro.

… MA I DANNI DEL “NO DEAL” SAREBBERO ENORMI

Certo, le conseguenze della “Brexit” – soprattutto nel caso, ormai non più escludibile, di un “no deal” – non sarebbero tutte positive per l’economia italiana. Anzi. Secondo le stime dell’istituto tedesco Bertelsmann, gli italiani perderebbero 4 miliardi di euro, mentre secondo la rivista Contemporary social sciences, citata dal Sole 24Ore , il nostro Paese potrebbe rimetterci fino all’1,65% dell’export. Danni certo inferiori a quelli che potrebbero toccare alle economie di altri Paesi ancora più legati a Londra, come l’Irlanda, ma comunque ingenti. Basti pensare che nel decennio 2020-2030 gli italiani andrebbero incontro a una flessione di -0,25% del Pil pro-capite in caso di no deal.

Dunque pare assodato che nonostante in termini di contributi versati a Bruxelles per coprire i costi della “correzione britannica” all’Italia convenga la Brexit, l’eventualità di un “no deal” comporterebbe danni ancora maggiori.

E SE DOPO LA BREXIT ARRIVASSE L’ITALEXIT?

Che dire poi delle velleità isolazionistiche che di tanto in tanto solleticano anche alcuni politici italiani? Ipotizzando non tanto un’uscita del nostro Paese dalla Ue (che resta un’eventualità più che remota) ma un abbandono della moneta unica, magari nel tentativo di riacquistare competitività grazie a una lira nuovamente svalutabile, è bene avere chiari gli effetti di un simile passo. 

Secondo il volume Cosa succede se usciamo dall’euro?, curato da Carlo Stagnaro per l’Istituto Bruno Leoni , un ritorno alla lira avrebbe conseguenze disastrose per le finanze pubbliche, le tasche dei risparmiatori, l’erogazione del credito, l’occupazione e il sistema produttivo.

Inutile ricordare che il prezzo maggiore lo pagherebbe chi ha un reddito fisso e non indicizzato all’inflazione, chi fa acquisti in contanti e chi – piccole imprese e privati – ha già difficoltà ad ottenere credito dalle banche. Come se non bastasse, rinnovare il debito con titoli denominati in lire sarebbe molto più difficile e dopo un’iniziale riduzione il debito pubblico rischierebbe di crescere ancora di più di quanto già non faccia. E su tutto graverebbe lo spauracchio dell’inflazione.

IN CONCLUSIONE

In conclusione, all’Italia serve sicuramente una riforma della governance europea ma non un’implosione dell’eurozona né tantomeno un’Italexit. Per un verso il nostro Paese potrebbe anche beneficiare dell’uscita della Gran Bretagna ma solo se ciò avvenisse in modo ordinato e governato dalle Istituzioni europee. Altrimenti i danni economici sarebbero superiori ai benefici e si creerebbe un pericoloso precedente. L’Italia potrebbe trarre giovamento dall’insediamento di un nuovo esecutivo europeo che facesse veramente gli interessi di tutti gli Stati membri, senza servire gli scopi politici principalmente dei franco-tedeschi, e che accelerasse in modo deciso il processo di integrazione.

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