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Scritto da il ott 29, 2017 in Primo Piano, Rassegna stampa, Riforme | 0 commenti

Altro che autonomia, serve la democrazia diretta (ma in uno Stato più piccolo)

Altro che autonomia, serve la democrazia diretta (ma in uno Stato più piccolo)

 

Il 22 ottobre veneti e lombardi hanno votato per il conferimento di maggiori autonomie alle proprie Regioni. Tutti d’accordo, ma siamo sicuri che per cambiare davvero qualcosa non serva una svolta ben più radicale? La storia del federalismo (e della democrazia diretta) ce lo insegnano.

 

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Basterebbero queste poche parole per indurre a votare sì al referendum per l’autonomia lombarda dello scorso 22 ottobre, in concomitanza con un’analoga consultazione convocata in Veneto.

Più autonomia, difatti, significa meno distanza fra i cittadini e le istituzioni e un sito come questo che propugna la diffusione della democrazia diretta non può che salutare con favore una simile iniziativa.

Certo, si dirà, il quesito proposto agli elettori lombardi era piuttosto fumoso: “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” vuole dire tutto e niente, soprattutto in considerazione del fatto che la Costituzione già riconosce e promuove il più ampio decentramento ammnistrativo.

Soprattutto va ricordato che il referendum ha valore meramente consultivo e che nulla di efficace potrà venire fatto senza un’apposita riforma costituzionale. Eppure il sentiment è fortemente pro-autonomia, sia fra i cittadini che fra gli amministratori, che hanno infatti dato vita a una campagna politica bi-partisan per il Sì. Entrambe le consultazioni, sia in Lombardia che in Veneto, si sono concluse, pur con diverse percentuali di affluenza, con un vero e proprio plebiscito a favore del sì.

Al di là delle valutazioni politiche sull’opportunità o meno di votare affermativamente – vista la vaghezza del quesito, è difficile dire la differenza – vale forse la pena di interrogarsi sulle condizioni di realizzabilità di tale autonomia.

Com’è noto, infatti, nella storia politica classica il federalismo si articola su due modelli principali: il federalismo per aggregazione, espresso nella locuzione latina e pluribus unum, e quello per disgregazione, cui corrisponde invece la locuzione ex uno plures.

Storicamente, i modelli meglio riusciti sono quelli che si rifanno al primo modello: basti pensare agli Stati Uniti d’America, alla Svizzera o alla Germania. Nella storia europea recente, però, anche il secondo paradigma ha riscosso un certo successo. Gli esempi non mancano: si pensi alla decentralizzazione messa in atto in Spagna, nel Regno Unito e perfino, in qualche misura nella tradizionalmente centralista Francia. Dappertutto è stato un fiorire di comunità autonome e macro-regioni, che all’autonomia amministrativa hanno iniziato a poter aggiungere anche poteri fiscali e politici.

Una linea politica che risponde innegabilmente all’esigenza diffusa di superare il modello otto-novecentesco dello Stato-Leviatano che tutto dirige da una capitale lontanissima, spesso con criteri immutabili e poco adatti alle necessità differenti delle diverse parti della cittadinanza.

È interessante però notare come le iniziative di gruppi indipendentisti che pure sembrano riscuotere sempre più consensi siano andate naufragando: si pensi al referendum scozzese per l’autonomia del 2014 oppure alla mal gestita vicenda del separatismo catalano, che dopo un iniziale momento di entusiasmo ha mostrato tutta la propria debolezza storica. Se non si può non indignarsi di fronte alle violenze della polizia e ai comportamenti ottusi e illiberali del governo centrale di Madrid, è innegabile come la Catalogna non abbia mai goduto, in tutta la propria storia contemporanea, di autonomie così ampie.

Si pensi infine al caso italiano, dove i separatisti padani paiono aver sotterrato le asce di guerra e la Lega ha annunciato la scomparsa della parola “Nord” nel nome ufficiale del partito.

Sembra quindi che la spinta federalista non viaggi più sulle ali di veri o presunti regionalismi ma sia piuttosto innervata da una domanda di democrazia diretta attuabile tramite una riduzione delle distanze fra rappresentanti e rappresentati.

Illuminante è l’esempio del MoVimento 5 Stelle, che da esperienza politica di partecipazione – a livello sopratutto locale, si pensi ai meet-up – ha paradossalmente (ma non troppo) visto calare la partecipazione man mano che il partito si avvicinava ai centri nevralgici di potere. I grillini hanno scalato i sondaggi, è vero: ma le votazioni online registrano un numero risibile di partecipanti e l’impressione è che il loro consenso sia dovuto più che altro all’espressione di una protesta che non di una reale volontà di partecipazione.

A questo punto non possiamo non domandarci se non sia proprio l’architettura stessa dello Stato a impedire,  nei fatti, questa partecipazione. Giova qui richiamare le parole della storica francese Mona Ozouf che nel suo Dizionario critico della Rivoluzione francese ha scritto, a proposito degli eccessi della democrazia rivoluzionaria: “La democrazia, definita dal concorso diretto di tutti alla formazione della legge, conviene solo agli Stati chiusi in uno spazio ristretto; inseparabile dallo spirito delle repubbliche dell’antichità, essa incarna un’era politica sorpassata”.

Non bisogna dimenticare che nell’Atene del V secolo a.C., considerata a ragione la culla della democrazia contemporanea, a poter esercitare il diritto di voto era meno del 10% della popolazione.
Il che non deve naturalmente indurci a mettere in discussione il suffragio universale ma potrebbe spingerci a riflettere sull’opportunità di ricreare comunità politiche di dimensioni più ristrette, in grado di realizzare finalmente una democrazia diretta e partecipata – magari sul modello svizzero, di cui tante volte abbiamo scritto – che consenta finalmente di ricomporre quello iato fra cittadini ed istituzioni che tanto pone a rischio la pacifica convivenza della nostra società.

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