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Scritto da il lug 8, 2016 in Attualità, Europa e Euro, Primo Piano | 0 commenti

Brexit: Bruxelles, lo schiaffo, gli effetti

Brexit: Bruxelles, lo schiaffo, gli effetti

Proponiamo un’analisi pubblicata sul Corriere del Ticino da Alfonso Tuor, economista e giornalista ticinese, alla vigilia del voto sulla Brexit. Tuor evidenzia come l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rischi di avere effetti dirompenti non solo sulle isole britanniche ma su tutto il Vecchio Continente e perfino negli Stati Uniti

Gli effetti maggiori del voto britannico sono politici. Esso può segnare l’inizio del processo di sgretolamento dell’Unione europea e rafforzare il vento della rivolta contro l’establishment politico e
finanziario, che soffia in modo impetuoso anche negli Stati Uniti.

Le prime ore hanno infatti già chiarito che Bruxelles non ha la forza politica di accelerare i tempi del divorzio con la Gran Bretagna e ancor meno quella di adottare misure punitive contro il Regno Unito. Quindi, gli scambi commerciali
ancora a lungo come prima e anche le attività della City londinese continueranno ad usufruire dell’attuale quadro legale. Quello che conta (e non è poco) è che il voto crea una notevole incertezza politica.

In Gran Bretagna l’incertezza riguarda l’evoluzione dello scontro all’interno del Partito conservatore tra fautori e contrari alla Brexit e quindi la formazione e la solidità del gabinetto che succederà a quello guidato da David Cameron. Dall’esito di questa partita dipenderà pure il modo in cui verrà gestito il divorzio con Bruxelles e, da non escludere a priori, il tentativo di rovesciare il verdetto popolare.

Nell’Unione europea l’incertezza riguarda la capacità di una risposta politica al pericolo evidente di un effetto domino del voto britannico. Allo stato attuale è difficile immaginare che i leader europei siano in grado di riformare l’Unione e quindi di dare una risposta al malcontento crescente in molti Paesi europei. È invece più facile ipotizzare che vareranno misure tampone con lo scopo di guadagnare tempo.

Tra queste un allentamento dei vincoli di bilancio per dare un po’ più di fiato ai Governi nazionali in difficoltà e un maggiore attivismo della Banca centrale europea nell’acquisto delle obbligazioni dei Paesi «deboli» per prevenire una nuova crisi dell’euro e soprattutto evitare che si allarghi il differenziale tra i tassi dei titoli italiani, spagnoli, eccetera e quelli tedeschi. Quindi misure di emergenza che però molto probabilmente non riusciranno a fermare la crisi del processo di
integrazione europea e soprattutto la minaccia della prossima crisi, che si staglia già oggi chiaramente all’orizzonte.

Essa si chiama Italia. Infatti già oggi la Borsa di Milano e soprattutto i suoi titoli bancari sono quelli che stanno calando maggiormente. La Penisola non soffre solo di un enorme debito pubblico, di una crescita anemica, di un settore bancario fragile e gravato da un enorme ammontare di sofferenze, ma ha in programma un referendum sulle modifiche della Costituzione che potrebbe segnare la fine del Governo ed aprire una grave crisi politica.

E ciò nonostante gli aiuti politici, finanziari ed economici che non mancheranno di offrire i partner europei a Matteo Renzi. La congiunzione di crisi politica e di perdurante crisi economica potrebbe costituire una miscela micidiale che potrebbe riaprire la crisi della moneta unica europea. Insomma, l’Italia sembra sempre più la nuova linea Maginot dell’Unione europea.

Gli effetti del no all’Unione europea non si avvertiranno solo nel Vecchio continente. Lo schiaffo inferto dal voto britannico all’establishment politico e finanziario internazionale non mancherà di pesare anche sui mercati finanziari, che si apprestano ad affrontare con grande ansia la scadenza delle prossime elezioni presidenziali statunitensi. Il messaggio di vero e proprio rancore espresso in questo voto è infatti analogo a quello che ha fatto conquistare la nomination repubblicana a Donald Trump.

È il vento dei ceti sociali meno favoriti che hanno visto le loro condizioni di vita peggiorare sensibilmente negli ultimi anni e che chiedono un arresto della globalizzazione e delle politiche neoliberiste. Ed è un vento
che fa paura, poiché – come anche il voto britannico ha dimostrato – è difficilmente condizionabile dalla tattica della paura e della manipolazione di mass media, partiti politici e presunte élite intellettuali e che prefigura l’approssimarsi di grandi cambiamenti.

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