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Scritto da il mar 10, 2014 in Attualità | 0 commenti

Cassa integrazione e ammortizzatori sociali, un pozzo d’inefficenza

Cassa integrazione e ammortizzatori sociali, un pozzo d’inefficenza

Cos’è la Cassa integrazione? La Cassa integrazione guadagni (Cig) è una forma di assicurazione obbligatoria per le imprese industriali, concepita per garantire la continuità della retribuzione dei dipendenti nel caso di sospensione o riduzione temporanea dell’attività aziendale. Ipotizziamo per esempio che un impianto diventi d’un tratto inutilizzabile per colpa di un incendio: in questo caso, la Cig, gestita dall’Inps e finanziata attraverso un contributo a carico delle imprese, garantisce ai lavoratori i quattro quinti (80%) della retribuzione che altrimenti sarebbe perduta per la riduzione obbligata dell’orario di lavoro. Proprio per il suo carattere temporaneo, tale trattamento è corrisposto alla singola azienda fino a un massimo di 12 mesi (52 settimane).

Nel 1968 fu introdotta anche la Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs), cioè un intervento di durata maggiore, sempre a sostegno dei lavoratori, nel caso le loro aziende fronteggiassero crisi economiche gravi o processi di ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione (un’azienda che decida, per esempio, di passare dalla costruzione di bulloni a quella di impianti frenanti). Questo intervento straordinario – che copre sempre l’80% della retribuzione perduta – è limitato alle aziende con più di 15 dipendenti, può durare fino a 24 mesi (con possibilità di proroghe), ed è finanziato in misura prevalente dallo Stato (cioè dalla fiscalità generale).
Nel 2009, per le categorie di lavoratori che non rispettavano le condizioni previste per elargire Cig e Cigs, come per esempio i commercianti, è stata introdotta la Cassa integrazione in deroga: la “deroga” legislativa, a cinque anni di distanza, continua tuttora, con una serie di problemi che vedremo dopo.

Quanto ci costa la Cassa integrazione? In Italia, sugli 801 miliardi di euro di spesa pubblica complessiva in un solo anno (2012), le “prestazioni sociali in denaro” costituiscono la voce principale: 311,4 miliardi, di cui oltre i due terzi servono a pagare le pensioni. E’ in questo enorme capitolo di spesa che ricadono i cosiddetti “ammortizzatori sociali”: il loro costo complessivo ammonta a 22,7 miliardi di euro (dati dell’Inps per il 2012), in aumento dai 19,4 miliardi del 2010. Gli interventi sono essenzialmente di tre tipi: la Cassa integrazione (6,2 miliardi nel 2012, da 5,6 miliardi nel 2010), l’indennità di disoccupazione (13,8 miliardi) e la mobilità (2,8 miliardi).

Cassa integrazione

Secondo la Banca d’Italia, nel complesso del 2012 le ore autorizzate di Cig sono tornate ad aumentare (+12,1 per cento; -18,8 per cento nel 2011), raggiungendo un livello pari al 3,6 per cento del totale delle ore effettivamente lavorate dagli occupati dipendenti (quasi il 12 per cento nella sola industria in senso stretto, vedi figura dalla Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia).
Stiamo parlando dunque di stanziamenti consistenti da parte dello Stato per fare fronte all’emergenza, stanziamenti destinati con ogni probabilità a rimanere elevati finché la ripresa non sarà sufficientemente robusta da creare posti di lavoro, stanziamenti – infine – sulla cui utilità da anni s’avanzano dubbi crescenti.

Squilibri eccessivi e conclamate inefficienze. Se tentiamo un paragone a livello europeo, quel che emerge non è tanto l’eccesso di risorse pubbliche utilizzate nel nostro Paese per finanziare gli ammortizzatori sociali, quanto piuttosto lo squilibrio con cui queste risorse sono distribuite e le conclamate inefficienze che ne discendono.

Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, nel 2011 nell’Europa a 27 circa il 2% del Pil è stato speso per le politiche del lavoro. Della spesa totale, il 63,5% è stato indirizzato verso le “politiche passive” (come le indennità di disoccupazione), mentre il 26% sulle misure di “politica attiva” per il lavoro (come la formazione professionale). Nello stesso anno, in Italia, la percentuale di Pil destinata complessivamente alle politiche occupazionali è stata pari all’1,36% del Pil, di cui l’80% per le indennità (Cassa integrazione guadagni inclusa) e soltanto il 18% per le politiche attive.

Secondo ItaliaLavoro, agenzia del ministero del Lavoro, la spesa complessiva per le politiche del lavoro riferibile al 2010 è stimabile nel nostro Paese in circa 27 miliardi: ai servizi pubblici per il lavoro (Labour Market Policy expenditure, Lmp, di categoria 1) sono destinati 446 milioni di euro 110 in meno rispetto al 2005. Di questi 383 milioni sono riservati al personale, 29 alle spese generali e 33 milioni alle attività di orientamento, consulenza ed informazione; alle politiche attive (Lmp 2-7) vanno circa 4,77 miliardi di euro di cui alla formazione professionale circa 376 milioni (erano 652 nel 2005) a fronte dei 3,8 miliardi destinati agli incentivi per l’occupazione ed ai contratti a causa mista (anche essi diminuiti di oltre un miliardo in cinque anni); alle politiche passive (Lmp 8-9), in cui rientra come abbiamo visto anche il finanziamento della Cassa integrazione guadagni sono riservati 20,7 miliardi per trattamenti di disoccupazione (erano 9,5 miliardi nel 2005).
In Italia, dunque, si registrano minori investimenti in tutte quelle politiche che consentirebbero una più rapida transizione da un posto di lavoro a un altro, da una professionalità meno richiesta sul mercato a una più richiesta, e invece assistiamo a una maggiore concentrazione di risorse destinate ai supporti occupazionali passivi.

La Cassa integrazione, estesa ulteriorimente nel 2009 con la Cig in deroga, è uno dei capisaldi di questo sistema di welfare squilibrato, che spesso fa il bene di imprese decotte piuttosto che dei lavoratori. Molte imprese, infatti, chiedono e ottengono di poter attingere alla Cig per i dipendenti anche in casi in cui non vi è alcuna ragionevole prospettiva di ripresa del lavoro nella stessa azienda. Ha scritto in proposito il giuslavorista Pietro Ichino: “Quando di questo si tratta, logica vorrebbe che si procedesse alla chiusura dell’azienda, e per i lavoratori si attivassero un buon trattamento di disoccupazione e un servizio efficiente di assistenza intensiva per il reperimento di un nuovo lavoro. Se invece si attiva la Cassa integrazione, magari prorogandola di anno in anno, i lavoratori non vengono incentivati a cercare una nuova occupazione regolare. In alcuni anni essi rimangono per molti anni in questa posizione, figurando ancora come dipendenti di un’azienda che in realtà non c’è più”. La Cassa integrazione, insomma, viene utilizzata per nascondere situazioni di sostanziale disoccupazione: ciò, oltre a comportare un cattivo uso dei soldi pubblici (si potrebbero attivare piuttosto mobilità, indennità di disoccupazione o altri strumenti da creare), produce anche un danno grave al lavoratore interessato. Quest’ultimo è infatti tenuto legato all’azienda di origine, che però non ha possibilità di ritornare a produrre anche perché probabilmente opera in un settore più che maturo; in questo modo si disincentiva la ricerca di una nuova occupazione e quindi si causa un allungamento del periodo di inattività dello stesso lavoratore. Con oltre 6 miliardi di euro del contribuente ogni anno, dunque, troppo spesso allunghiamo la vita di aziende decotte e comunque destinate al fallimento, prolunghiamo l’inattività dei lavoratori che da queste aziende dipendono e riduciamo le loro possibilità di trovare tempestivamente un altro impiego.

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Risorse per approfondire:
1) A questo link, puoi trovare il paragone della spesa pubblica delle politiche del lavoro nell’Unione europea.
2) A questo link, l’ultimo rapporto del Ministero del Lavoro italiano con i dettagli delle spese per le politiche occupazionali italiane.

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