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Scritto da il feb 28, 2019 in Attualità, Europa e Euro, Primo Piano | 0 commenti

Dall’introduzione dell’euro l’Italia ha perso 4300 miliardi

Dall’introduzione dell’euro l’Italia ha perso 4300 miliardi

Dall’introduzione dell’euro, ogni italiano ha subìto in media un danno di 74mila euro, mentre ogni tedesco ne ha guadagnati in media circa 56mila. Secondo uno studio del “Centre for European policy”, una simulazione dell’andamento dell’economia italiana senza l’adozione della moneta unica mostra che l’effetto dell’euro sul Pil è stato tutt’altro che positivo. A mancare sono state soprattutto le riforme strutturali che avrebbero dovuto spingere il prodotto interno lordo, come anche i controlli sull’adozione del corretto tasso di cambio.

Il prossimo 26 e 27 maggio i cittadini europei saranno chiamati a votare per rinnovare le Istituzioni della Ue. Stando ai sondaggi, la grande maggioranza degli italiani non rinnoverà la fiducia alle forze politiche che finora hanno governato da Bruxelles, i popolari e i socialisti. Sulla cresta dell’onda, invece, ci sono i cosiddetti populisti euroscettici, capitanati dalla Lega di Matteo Salvini e dal M5s di Luigi Di Maio: partiti che propongono un’idea di Europa radicalmente diversa da quella attuale.

Da diverse rilevazioni emerge però che gli italiani sono fra i popoli europei i meno inclini ad abbandonare l’euro e a ritornare alle divise nazionali: da un sondaggio dell’Eurobarometro diffuso a ottobre dello scorso anno, si può constatare che il 65% dei nostri concittadini giudica favorevolmente l’adozione della valuta unica. Nonostante solo il 44% degli italiani sia disposto a rimanere di buon grado all’interno dell’Unione, la maggioranza si sente più al sicuro sotto l’egida della Banca centrale europea.

Ciò non significa, però, che l’Euro abbia portato solo benefici alla nostra economia.

Secondo uno studio del think tank “Centre for European policy” di Friburgo, dal 1999 – quando la moneta unica fu introdotta sui mercati – ogni cittadino italiano ha perso in media 74mila euro – il valore più alto di tutti. Ogni tedesco, per contro, ne ha guadagnati in media 23mila. Ogni francese ci avrebbe perso quasi 56mila euro, mentre ogni olandese ci avrebbe guadagnato 21mila euro.

Ma come è stato possibile giungere a questi risultati?

COME SI POSSONO CALCOLARE I BENEFICI (O I DANNI) DELL’INTRODUZIONE DELL’EURO?

Gli studiosi del Cep hanno simulato l’andamento di diversi Paesi dell’eurozona immaginando che non avessero adottato l’euro.

I ricercatori del think tank tedesco hanno simulato uno scenario controfattuale, esaminando l’andamento del Pil di Paesi esterni all’eurozona che negli anni precedenti hanno riportato tendenze economiche molto simili a quelle del Paese dell’area euro preso in esame di volta in volta (ad esempio la Spagna). L’andamento del Pil di ogni Paese extra-euro fra quelli del gruppo di confronto viene calcolato in modo ponderato secondo un processo di ottimizzazione econometrica. Le ponderazioni specifiche sono selezionate in modo che la media ponderata dell’andamento del PIL pro capite dei Paesi con valute diverse dall’euro assomigli il più possibile all’andamento del PIL pro capite spagnolo prima di introdurre l’euro.

Quindi si pone a confronto l’andamento medio del Pil dei Paesi extra-euro presi in esame con quello della Spagna, negli anni successivi al 1999.

C’è una postilla importante. Le simulazioni prendono in considerazione l’andamento del Pil al netto dei benefici derivanti da riforme strutturali eventualmente adottate.  

Laddove il Paese dell’eurozona esaminato avesse adottato riforme decisive nello spingere il Pil e il gruppo di Paesi presi a modello per il confronto invece no, questo potrebbe portare a una sopravvalutazione dei benefici derivanti dall’adozione della moneta unica. Ma al Cep rilevano come nella maggior parte dei casi sia stata la stessa adozione dell’euro ad avere spinto molti Stati europei ad adottare riforme strutturali: questa circostanza, naturalmente, rende impossible parlare di alterazione dei risultati. 

COME MAI L’ITALIA HA SUBITO DANNI MAGGIORI DI ALTRI?

Il nostro Paese, come la Grecia, secondo il centro studi tedesco, è stato particolarmente danneggiato dalla mancata possibilità di svalutare la propria moneta per rimanere competitivo sui mercati globali.  Dal dopoguerra ad oggi, l’Italia ha ripetutamente svalutato la lira per rilanciare la propria economia in momenti di difficoltà: con l’euro ciò non è stato più possibile. Gli economisti del Cep hanno quantificato questi danni in 4300 miliardi di euro.

Inoltre, rileva il Cep nel suo rapporto “Vincitori e vinti in 20 anni di Euro”, sebbene abbia indubbiamente apportato enormi benefici dal punto di vista del commercio internazionale, la moneta unica non è riuscita nell’intento di eliminare le diseguaglianze fra i vari Stati dell’eurozona in termini di competitività.

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L’andamento del Pil italiano dal 1999 al 2017 (in azzurro) e lo stesso valore, simulato, in assenza dell’adozione dell’euro nel medesimo periodo (in arancione) [Fonte: Centre for European Policy]

L’ITALIA SCONTA ANCHE GLI ERRORI SUL TASSO DI CAMBIO

Infine c’è un tema di perdita di potere d’acquisto. In Italia il cambio per 1 euro fu fissato in 1936,27 lire. Arrotondando per difetto, chi guadagnava 5 milioni di lire, si ritrovò con uno stipendio di circa 2500 euro. Tuttavia, molti commercianti praticarono un tasso di cambio 1-1, con il risultato che mentre gli stipendi si dimezzarono in valore nominale, il valore nominale dei prezzi rimase immutato, con grave danno dei consumatori. Il controllo della politica fu scarso o addirittura assente.

Il tasso di cambio adottato non era sbagliato, ma anzi era molto vicino alla valutazione che della lira davano i mercati. A mancare furono i controlli che avrebbero dovuto impedire le speculazioni e che non avvennero mai. L’attuale presidente della commissione Finanze del Senato, il leghista Alberto Bagnai, nel 2016 scriveva: “Dispiace molto per i teorici del complotto: sì, con l’euro abbiamo preso una fregatura, ma i tedeschi cattivi c’entrano fino a un certo punto”.

Una conclusione saggia, che ben si applica anche agli effetti dell’euro sulla nostra economia, almeno stando alle analisi del Cep. Effetti che in termini di Pil vedono l’Italia indubbiamente perdente, ma che avrebbero potuto essere compensati da riforme strutturali che i governi di vario orientamento politico non hanno mai varato.

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