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Che cos’è il debito pubblico

Il deficit si crea quando in un anno si spende più di quanto si incassa. Il debito è la somma di tutti i deficit annuali

Pressione fiscale

Prelievo fiscale medio sul reddito dei cittadini

Riforma sul patrimonio

Valorizzare immobili e partecipazioni finanziarie e venderne una parte per fare cassa e diminuire il debito pubblico

Riforma sulle partecipate

Ridurre il numero da 8.000 a 1.000. Risparmiare almeno 3 miliardi di sprechi

Derivati: cosa sono e come li usa lo stato

Da strumenti di protezione a strumenti di distruzione. Una bomba ad orologeria con 42 miliardi di perdite

Accise: il bancomat dello stato. E il cittadino paga

Le tasse sulla benzina: per ogni litro di carburante più di 1 euro se li prende lo Stato

Perché dobbiamo stare attenti alla Grecia

Il debito greco con l’Italia è cresciuto del 500% in 5 anni. L’Italia ha prestato 61,2 miliardi di euro

Editoriale IBL – ILVA: l’esperienza non insegna

Un altro salvataggio di Stato con i soldi dei cittadini. E continua l’agonia

Scritto da il mag 14, 2015 in Definizioni economiche, Primo Piano | 1 comment

Definizione della settimana: Debito pubblico

Definizione della settimana: Debito pubblico

Lo Stato si finanzia con le tasse e usa quei soldi per fornire ai cittadini i servizi pubblici: dalla difesa alla scuola passando per la sanità. A volte però lo Stato spende più di quanto incassa, e perciò deve indebitarsi per finanziare il proprio deficit di bilancio. L’accumulazione dei deficit passati costituisce il “debito pubblico”. Oggi lo Stato italiano è il secondo più indebitato di tutta la zona euro, peggio di noi fa soltanto la Grecia: il nostro debito infatti è maggiore della ricchezza che il Paese produce complessivamente in un anno, è pari al 130 per cento del Pil; quindi per ogni euro che l’economia del nostro Paese produce, lo Stato deve restituirne ai creditori 1,30 euro. Perché tutto ciò dovrebbe interessarci? Innanzitutto perché l’Italia oggi soffre dei problemi tipici dei Paesi troppo indebitati: dalla pressione fiscale crescente, frutto del tentativo di ripagare il debito dello Stato utilizzando i soldi dei privati cittadini, alla speculazione finanziaria, figlia delle pressioni dei creditori internazionali.

Per ridurre drasticamente il debito pubblico, le principali soluzioni sono tre. 1) Ridurre la spesa pubblica in maniera stabile e duratura, facendo sì che lo Stato italiano non spenda ogni anno più di quanto si possa permettere; 2) Vendere al più presto parte del patrimonio pubblico (tra caserme dismesse, immobili pubblici o partecipazioni in grosse aziende) per ridurre il debito e pagare meno interessi su di esso; 3) Far sì che l’economia cresca il più rapidamente possibile e la quota di debito incida sempre meno sulle tasche nostre e dello Stato.

COME E’ NATO IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO. Talvolta è plausibile che lo Stato sia costretto o preferisca indebitarsi, emettendo titoli di Stato, per assolvere le proprie funzioni. Purché, non appena le cose vadano meglio, le entrate tornino a pareggiare le spese. Se invece il “talvolta” diventa “sempre”, allora il debito pubblico è destinato a crescere, anche a causa di meccanismi “infernali” dello stesso indebitamento che descriveremo di seguito. Prima di tutto, però: quand’è che l’Italia ha iniziato ad accumulare un debito pubblico così grande, che oggi ammonta a 2.070 miliardi di euro? Perché negli ultimi 40 anni il rapporto tra debito pubblico e Pil nel nostro paese è cresciuto di oltre 70 punti percentuali, arrivando al 130% del Pil? (1) Dal 1961 al 1975 l’incidenza della spesa pubblica rispetto al pil, al netto degli stessi interessi sul debito, è cresciuta di 10 punti percentuali, senza che la pressione fiscale aumentasse. (2) A partire dall’inizio degli anni 70, poi, le imposte hanno cominciato ad aumentare ma senza stare dietro a livelli di spesa che crescevano a velocità comunque maggiori: furono gli anni delle grande riforme sociali, nel settore della sanità, della previdenza e della scuola dell’obbligo. (3) Negli anni 80, politiche monetarie più severe hanno aggravato per lo Stato il costo degli interessi sul debito pubblico (che nel frattempo era già aumentato, come visto); nel 1981, per esempio, vi fu nel nostro Paese il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia: per legge si stabilì che la nostra Banca centrale non era più obbligata a sottoscrivere la quota dei titoli pubblici non collocati sul mercato, e ciò ridusse le cosiddette entrate da “signoraggio”. (4) Soprattutto, è sempre dagli anni 80 che i tassi di crescita dell’economia iniziarono a calare (riducendo quindi il denominatore del rapporto debito/pil). Questi ultimi due fattori contribuiscono a spiegare la straordinaria accelerazione della crescita del debito in rapporto al reddito nazionale realizzatasi tra gli anni 80 e la prima metà degli anni 90. Nel 1994 si raggiunse infatti un primo picco del rapporto debito pubblico/Pil, al 124%; questo rapporto poi iniziò a scendere, calando fino al 103,3% nel 2007, alla vigilia della grande crisi. Da allora un nuovo progressivo aumento, fino al 130% di oggi.

IL PAREGGIO DI BILANCIO TRADITO. Pur vivendo nel Paese in cui la Costituzione viene celebrata come “la più bella del mondo”, è utile ricordare che alla radice dell’indebitamento di oggi c’è anche il tradimento dell’articolo 81 della Carta che prescriveva il pareggio di bilancio sostanziale. Se fosse stato rispettato quell’articolo che l’economista liberale Luigi Einaudi definì “il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore costituente allo scopo di impedire che si facciano maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate”, non avremmo assistito alla sommatoria spensierata di deficit, anno dopo anno. Nell’articolo 81, infatti, si stabilisce che “con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese” (comma 3), e che comunque “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” (comma 4). Dove per “mezzi” si doveva intendere “entrate reali”, visto che l’indebitamento è una spesa e – come sostenuto da autorevoli giuristi – non è possibile, logicamente e giuridicamente, ritenere che indebitarsi sia annoverato tra i “mezzi”, cioè che si possa fare fronte  alle spese con altre spese. Nel 1966, tuttavia, la Corte Costituzionale scardinò questo meccanismo, ammettendo “la possibilità di ricorrere, nei confronti della copertura di spese future, all’indebitamento”. Soluzione usata in sordina, quella di affidare la copertura delle spese all’emissione e al collocamento dei titoli di debito pubblico, e poi stabilizzata negli anni 70. Fu questo il “via libera” legale all’indebitamento come valvola di sfogo per una spesa pubblica montante. Oggi, su spinta dell’Unione europea, si è deciso di rafforzare nuovamente il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione nazionale; la legge costituzionale che modifica la Carta è stata già approvata e dovrà entrare in vigore a inizio 2014.

ESSERE DEBITORI STANCA. Sostegno all’attività economica e redistribuzione degli oneri della spesa pubblica tra le diverse generazioni: queste sono solo alcune delle funzioni che la teoria economica attribuisce al debito statale. Eppure esagerare con il debito è controproducente e oggi gli italiani ne pagano il prezzo, per almeno tre ragioni. 1) Innanzitutto indebitarsi costa. Ogni anno, infatti, lo Stato deve corrispondere interessi passivi ai sottoscrittori del debito: nel 2012, per esempio, l’Italia ha speso il 5,5% del Pil (oltre 86 miliardi di euro) soltanto per pagare gli interessi ai suoi debitori, cioè cinque volte quanto ha investito in ricerca. Ciò genera un circolo vizioso per le nostre finanze pubbliche: infatti, sempre nel 2012, se non ci fosse stata la spesa per interessi da fronteggiare, lo Stato italiano avrebbe registrato un avanzo del 2,5%. Ecco dunque come i deficit accumulati, una volta trasformatisi in debito, continuano a pesare sui nostri conti attuali e futuri. Si veda il seguente grafico Istat, relativo agli ultimi 4 anni, dal quale emerge che anche dal 2009 a oggi, cioè negli anni della crisi, il rapporto deficit/pil (in verde) è stato trascinato in terreno negativo dal peso degli interessi sul debito (grigio scuro):

Debito

Soprattutto, gli interessi che paghiamo sul debito hanno un effetto-moltiplicatore costoso per le casse dello Stato e spesso sottovalutato dall’opinione pubblica. Un esempio il più semplice possibile, tratto dal manuale di Macroeconomia di Olivier Blanchard (oggi capoeconomista del Fondo monetario internazionale), aiuta a capire di cosa parliamo. Poniamo che uno Stato il cui bilancio sia sempre stato in pareggio decida di indebitarsi nell’anno 0, riducendo le imposte di 1 miliardo di euro; il deficit alla fine dell’anno sarà pari a 1, così come il debito (visto che non c’erano deficit accumulati in precedenza). Ipotesi a) Se l’anno successivo lo Stato decidesse di voler rimborsare completamente il debito accumulato, dovrebbe produrre un avanzo primario pari a 1+r, cioè pari al debito più gli interessi accumulati nel frattempo per convincere i creditori a prestargli il denaro; le imposte quindi sono diminuite di 1, ma dovranno aumentare di 1+r. Ipotesi b) Il governo, dopo l’anno 0 in cui ha abbassato le imposte, riprende a rispettare il pareggio di bilancio, ma decide di aspettare 5 anni per rimborsare quel debito pari a 1 contratto nell’anno zero. Risultato: ogni anno il governo, stante il pareggio di bilancio, dovrò emettere più debito per pagare gli interessi sul debito esistente. In conclusione, quanto più il governo aspetta ad aumentare le imposte e quanto maggiore è il tasso d’interesse reale, tanto maggiore sarà l’aumento delle imposte future necessario a ripagare il debito.

In questo senso si può dire che gli interessi sul debito tendono a “moltiplicarsi” anche in condizioni di massima stabilità. Al punto che addirittura, secondo alcuni analisti, “il debito pubblico attuale di circa 1.950 miliardi (2011) è pari alla somma cumulata di tutti gli interessi, cioè il debito è dovuto agli interessi, il problema del debito è solo che da 30 anni ci si pagano sopra interessi reali pazzeschi”.

2) Indebitarsi fa perdere l’equilibrio. Se la percezione di “rischiosità” rispetto al “Paese X” aumenta, vuoi per instabilità politica vuoi per prospettive di crescita molto negative, gli investitori possono iniziare a richiedere rendimenti più elevanti in cambio del fatto che detengono attività finanziarie (titoli di Stato, per esempio) denominati nella valuta di questo “Paese X”. “Più rischio, più voglio guadagnare”, è il ragionamento del singolo investitore che compra titoli di Stato del Paese. D’altronde incombe sempre il ricordo di quanto fece per primo Edoardo III nel XIV secolo, il sovrano inglese che decise semplicemente di “ripudiare il debito”, cioè di cancellare il debito in essere e non ripagarlo. La maggiore rischiosità percepita – soprattutto se associata a un grande debito pubblico, come nel caso italiano – costa cara alle casse dello Stato e limita le scelte possibili di politica economica. Le recenti fasi di instabilità finanziaria durante la crisi dell’Eurozona hanno dimostrato che i rendimenti sui titoli di Stato possono salire in maniera piuttosto repentina (anche se giornalisticamente si è parlato di aumento dello “spread”, cioè di aumento del differenziale tra i rendimenti italiani e quelli tedeschi). Questo comporta un aumento dei costi da sostenere da parte dei contribuenti per pagare gli interessi e un indebolimento per le banche italiane che nei loro bilanci hanno ormai grossi quantitativi di titoli di Stato e che quindi vengono percepite anch’esse come “a rischio”. Le tempeste finanziarie sono periodiche, e avere un debito pubblico enorme sicuramente rende più difficile la navigazione in un mare già in tempesta.

3) Indebitarsi rende deboli. Elevati livelli di indebitamento pubblico, soprattutto quando finanziati da investitori esteri, “possono ridurre il peso politico della nazione indebitata negli affari internazionali”, ha scritto l’economista statunitense Gregory Mankiw. Infatti un altro economista statunitense, Ben Friedman, scrisse nel 1988: “Nel mondo il potere e l’influenza sono storicamente nelle mani dei Paesi creditori. Non è una coincidenza che l’America sia emersa come potenza mondiale nel momento in cui si è trasformata, da nazione debitrice, in paese creditore che forniva capitali di investimento al resto del mondo”. Lo squilibrio tra i Paesi creditori (o anche le istituzioni finanziarie creditrici) e i Paesi debitori è emerso pure durante l’attuale crisi dell’euro. Si prenda il caso della Grecia: lì il settore finanziario straniero, esposto sui titoli di Stato di un Paese che poteva essere giudicato rischioso anche prima del 2009, ha fatto di tutto per rimandare nel tempo il momento di una ristrutturazione del debito sovrano ellenico. Facendo apparire la situazione greca più allarmante e contagiosa di quanto in realtà non fosse, essendo in realtà limitata al 2 per cento del Pil dell’Unione europea, le banche – sostenute dai loro Paesi di riferimento, Germania e Francia in primis – hanno lasciato che fossero istituzioni pubbliche (come la Commissione europea e la Banca centrale europea) a intervenire per fornire aiuti al Paese. In questo modo i creditori hanno guadagnato il tempo necessario per disinvestire dai titoli di Stato greci e non subire perdite in caso di ripudio del debito da parte di Atene. Nel frattempo, però, il debito pubblico del piccolo Paese – pur sottoposto a una cura da cavallo, fatta di politiche fiscali restrittive – è diventato sempre più insostenibile. Alla fine i creditori hanno dovuto accettare perdite, seppur limitate; i debitori sono stati investiti in pieno dall’austerity fiscale; mentre anche altri contribuenti europei dovranno accettare perdite per aver regalato il loro “tempo”, e quindi il loro denaro, alle banche tedesche e francesi. Tra creditore e debitore, è sempre il primo dunque a essere in una posizione di forza.

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1 Commento

  1. L’Argentina, a seguito dell’ impugnazione del suo debito, ha istituito una particolare modalita di finanziamento del debito pubblico, con la quale emette dei titoli di debito piu complessi dei tradizionali

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