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Scritto da il feb 4, 2016 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Primo Piano, Riforme | 0 commenti

Efficientare la Pa si può. Ma servono incentivi e concorrenza, non grida manzoniane

Efficientare la Pa si può. Ma servono incentivi e concorrenza, non grida manzoniane

Abusi e privilegi nel mondo del pubblico impiego sembrano piaghe impossibili da sradicare. Dal fenomeno dell’assenteismo al caos sul salario accessorio distribuito a pioggia, pare che le forze del Leviatano non abbiano rivali nell’assicurarsi l’autoalimentazione perpetua a spese del cittadino. Ma gli accorgimenti per efficientare la macchina esistono. E non si trovano nelle grida manzoniane del premier

Da un lato i dipendenti pubblici assenteisti, condannati dalla corte d’Assise ma promossi sul lavoro. Dall’altro un dipendente onesto che ha denunciato i colleghi “furbetti” e per questo è stato denunciato dal dirigente – venendo poi assolto.

È il caso di Ciro Rinaldi, lavoratore di un ufficio periferico bolognese del Ministero per lo Sviluppo Economico, “reo” di aver denunciato, nel 2007, alcuni colleghi assenteisti. Come ha ben spiegato Oscar Giannino su Radio 24 all’indomani della sentenza di primo grado, in Italia troppo spesso nella pubblica amministrazione assenteismo e scorrettezze sono impuniti, per non dire tollerati e addirittura incoraggiati.

Dal punto di vista penale, c’è la condizionale e tra un anno saranno prescritti. Non solo: dal punto di vista amministrativo non sono stati sanzionati né lo saranno. Anzi, sono stati promossi: dei nove condannati, quattro sono diventati capi-settore. In spregio alla legge Brunetta, che prevede il licenziamento per chi mente sulla presenza in ufficio. Il caso è emblematico di un fenomeno che assume dimensioni nazionali e che si riassume in una parola, nell’omertà funzionale di sindacati, burocrazia e politica. Le inefficienze vengono tutelate e coperte perché funzionali a questo o a quel tornaconto particolare, economico o elettorale che sia.

Un altro esempio, a questo proposito, è quello dei salari accessori, distribuiti “a pioggia” (espressione impropria proprio perché suggerisce falsamente che si tratti quasi d’un fenomeno atmosferico). Secondo i dati della relazione 2013-2014 del Mef riportati dal Corriere della Sera, la somma erogata indebitamente dal Campidoglio ammonta a 340 milioni nei cinque anni.

Denari che il ministero di Pier Carlo Padoan potrebbe chiedere indietro e su cui ora si è aperto un dibattito che solo il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca (che, non a caso, non è espressione di alcun partito ed è libero da ipoteche elettorali) ha voluto affrontare di petto. Tronca, nonostante le minacce di chi ha minacciato “riverberi negativi sugli eventi giubilari”, ha subito avviato trattative con i sindacati che per il momento sembrano dare qualche speranza.

Senza disdegnare di prendere in considerazione le proposte dei sindacati di base, Tronca ha accettato di agganciare una grossa fetta del salario accessorio al conseguimento degli obiettivi prefissati per un determinato ufficio. L’obiettivo è quello di premiare il risultato – e non più la presenza in ufficio segnata sul cartellino. Da più parti si vocifera invece di una sanatoria sul salario accessorio, che in tempi di campagna elettorale rappresenta una carta sicura per garantirsi un comodo pacchetto di voti.

In questi stessi giorni, peraltro, si discute della riforma Madia sulla Pubblica Amministrazione, facendo un gran parlare della lotta ai cosiddetti “furbetti del cartellino”. Ancora una volta, però, la discussione è deplorevolmente legata esclusivamente al numero di ore trascorse in ufficio, con tanto di grida manzoniane sul licenziamento “entro quarantotto ore”, senza badare al risultato.

Secondo un ormai celebre studio di Confindustria, i dipendenti statali in media totalizzano ben sei giorni di assenze retribuite in più rispetto ai dipendenti privati a loro paragonabili, diciannove contro tredici. Si stima che appianando questo divario si otterrebbe un risparmio di 3,7 miliardi di euro: più del 10% della manovra. Ben vengano allora punizioni e licenziamenti per chi fa timbrare il cartellino ai colleghi, ma meglio sarebbe adottare politiche serie per commisurare i premi (e magari addirittura anche i salari) alla produttività. Meglio ancora, come suggerisce Tronca, alla “produttività di struttura”.

Francesco Bruno, per Econopoly del Sole 24Ore, cita l’economista statunitense Gordon Tullock per richiamare una verità tanto scomoda da parere banale: i funzionari pubblici cioè “come le altre persone sono interessati più al loro benessere che all’interesse pubblico” e per incentivarli andrebbe quindi elaborato un apparato che li spinga “per loro stesso interesse a perseguire l’interesse di tutti”.

 

Il parallelo non deve però trarre nell’errore di tracciare improbabili paragoni tra il pubblico e il privato. Giacché, come scrive Giacomo Lev Mannheimer sempre su Ecoponoly, nel settore pubblico mancano quegli elementi di mercato e di concorrenzialità necessari a fornire le basi indispensabili per qualsiasi sistema d’incentivi.

Tra le varie proposte, Mannheimer suggerisce ad esempio l’introduzione dei cosiddetti “voucher” della scuola sul modello avanzato da Milton Friedman per introdurre elementi di mercato nel sistema educativo e l’adozione di un sistema di prezzi per diversi enti che forniscano il medesimo servizio. Concorrenzialità e incentivi: non tanto e non solo fra i singoli lavoratori ma fra le strutture più e meno grandi.

 

Infine, un appunto. Contro la riforma Madia sono scagliati, senza destare per la verità particolari sorprese, i sindacati. Che, non tenuti per legge a pubblicare bilanci consolidati, secondo un’inchiesta dell’Espresso  dichiarano un ricavo di circa 68 milioni di euro ma ne celerebbero in realtà oltre un miliardo e mezzo (entrambi i dati si riferiscono alla somma dei bilanci di Cgil, Cisl e Uil).

Ancora una volta, associazioni private che utilizzano sovvenzioni pubbliche per influenzare la politica e garantire la propria sopravvivenza a discapito di qualsiasi snellimento o liberalizzazione della macchina burocratico-amministrativa.

Chissà che direbbero infatti se un giorno dovessimo scoprire – Dio non voglia – che i sindacati, pronti a tuonare a parole contro gli assenteisti ma attivi nel contrastare l’inasprimento di ogni forma di sanzione, non disdegnano di tollerare rappresentanze sovradimensionate e strutture elefantiache. Che drenano risorse utili per consentire agli assenteisti di non lavorare. E ai sindacati di ingrandirsi. E di ricevere ancora più soldi. Naturalmente pubblici.

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