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Scritto da il dic 19, 2016 in Attualità, Museo degli orrori, Primo Piano, Rassegna stampa | 0 commenti

Governo Gentiloni: uno schiaffo alla volontà popolare

Governo Gentiloni: uno schiaffo alla volontà popolare

Decine di milioni di italiani hanno detto No alla riforma-simbolo del governo Renzi. E il nuovo premier Gentiloni riconferma al 90% la vecchia squadra di governo, assegnando posizioni chiave agli uomini più importanti del vecchio esecutivo: un vero e proprio schiaffo in faccia alla volontà popolare.

Uno schiaffo alla volontà popolare. Non si può definire altrimenti la scelta della squadra del neo primo ministro Paolo Gentiloni, chiamato dal Presidente della Repubblica a presiedere il nuovo governo dopo la crisi innescata dalle dimissioni di Matteo Renzi.

Tutti sappiamo che in Italia i governi non sono eletti dal popolo e che nelle urne si scelgono “solo” i parlamentari. È bene ricordarlo sempre, ma ormai lo sappiamo. Ciò non toglie che, dal referendum sul maggioritario in poi, nel nostro sistema politico sono stati introdotti diversi elementi che – de facto se non de iure – hanno sancito ormai da tempo l’investitura del candidato premier nelle urne, sebbene in modo indiretto.

Gli italiani erano abituati a vedere vincere o perdere il candidato indicato sui simboli delle liste elettorali e tutto sommato si trattava di un elemento di avvicinamento alla democrazia diretta. Dal 2013 però il Parlamento non è riuscito a trovare un candidato premier che si fosse mai presentato agli elettori per ottenerne la fiducia. Né Enrico Letta, né Matteo Renzi né ora Paolo Gentiloni hanno mai chiesto la fiducia degli italiani. Né d’altronde lo aveva fatto nel 2011 Mario Monti al momento di succedere a Silvio Berlusconi.

D’accordo, si tratta di una prassi di cui si era abbondantemente abusato nella Prima Repubblica. Ma almeno allora, paradossalmente, si votava più spesso. Ora invece la legislatura rischia di arrivare a compimento senza che nessuno dei tre leader maggiori leader di partito che si erano presentati alle elezioni nel 2013 – Berlusconi, Bersani e Grillo – abbia mai governato un solo giorno. Sicuramente un’anomalia.

Un’anomalia che il Parlamento, sia pure nell’inderogabile rispetto del diritto costituzionale, avrebbe potuto e dovuto sanare. È per questo che risulta politicamente intollerabile la scelta di una squadra di governo identica alla precedente, dopo una consultazione referendaria in cui ben venti milioni di italiani hanno espresso un malcontento così forte.

A partire dalla nomina di Angelino Alfano al ministero degli Esteri e di Beatrice Lorenzin a quello della Sanità: due incarichi evidentemente legati all’esigenza di tenere insieme la maggioranza di governo, ma conferiti a personalità politica di cui si è a più riprese provata l’inadeguatezza.

Incredibili e offensive le promozioni a Maria Elena Boschi e Luca Lotti. La prima è stata nominata sottosegretario alla presidente del Consiglio, nonostante la bocciatura della riforma che portava il suo nome suggerisse quantomeno maggiore prudenza. Per il secondo è stato riesumato il ministero dello Sport, integrato da un’incomprensibile delega all’Editoria (!!!) . Agli Interni è finito un altro uomo del precedente governo, Marco Minniti.

Impressionante la pletora dei riconfermati: Andrea Orlando alla Giustizia, Maurizio Martina all’Agricoltura, Roberta Pinotti alla Difesa, Pier Carlo Padoan all’Economia, Carlo Calenda allo Sviluppo Economico, Giuliano Poletti al Lavoro, Dario Franceschini ai Beni Culturali, Gian Luca Galletti all’Ambiente, Graziano Delrio alle Infrastrutture.

Ma anche i nuovi ingressi lasciano stupefatti. Alla delicata posizione di ministro per i Rapporti con il Parlamento è stata chiamata Anna Finocchiaro, presidente della Commissione Affari Costituzionali in Senato per tutta la durata dei lavori alla riforma.

All’Istruzione è stata sacrificata Stefania Giannini (quella sulla Buona Scuola era la riforma su cui Renzi stesso aveva espresso le maggiori perplessità, ndr). Al suo posto arriva Valeria Fedeli.

Ex sindacalista, vicepresidente uscente del Senato, la Fedeli sembra l’unica figura di peso estranea al renzismo ad entrare nel nuovo governo.

Peccato che proprio nelle ore del giuramento uno scoop di Dagospia dimostrasse come il neo-ministro avesse mentito sulla laurea che sosteneva di aver conseguito in Scienze Sociali. Una laurea che non è mai esistita, nonostante il curriculum della Fedeli attestasse il contrario.

Niente male, per il ministro della Pubblica Istruzione.

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