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DEFINIZIONI

RIFORME

MONITORAGGIO

ATTUALITÀ

Che cos’è il debito pubblico

Il deficit si crea quando in un anno si spende più di quanto si incassa. Il debito è la somma di tutti i deficit annuali

Pressione fiscale

Prelievo fiscale medio sul reddito dei cittadini

Riforma sul patrimonio

Valorizzare immobili e partecipazioni finanziarie e venderne una parte per fare cassa e diminuire il debito pubblico

Riforma sulle partecipate

Ridurre il numero da 8.000 a 1.000. Risparmiare almeno 3 miliardi di sprechi

Derivati: cosa sono e come li usa lo stato

Da strumenti di protezione a strumenti di distruzione. Una bomba ad orologeria con 42 miliardi di perdite

Accise: il bancomat dello stato. E il cittadino paga

Le tasse sulla benzina: per ogni litro di carburante più di 1 euro se li prende lo Stato

Perché dobbiamo stare attenti alla Grecia

Il debito greco con l’Italia è cresciuto del 500% in 5 anni. L’Italia ha prestato 61,2 miliardi di euro

Editoriale IBL – ILVA: l’esperienza non insegna

Un altro salvataggio di Stato con i soldi dei cittadini. E continua l’agonia

I nostri obiettivi

Il Governo italiano spende 801 miliardi di euro ed incassa in tasse 694,1 mld di euro, registrando ogni anno una perdita, cioè un deficit, pari nel 2012 a 47,6 mld di euro. Questo deficit viene coperto (finanziato) in due modi: 1)aumentando le tasse ai cittadini e alle imprese; 2)indebitandosi sempre di più con le banche, nazionali e straniere. Aumentando così gli interessi da pagare sul debito totale, interessi annuali che vanno ad aumentare la spesa pubblica, e quindi il deficit annuale. E quindi di nuovo il debito totale, con maggiori interessi: il classico cane che si morde la coda….
OCCORRE quindi creare un inversione di questo fenomeno, e cioè:1)Diminuire la spesa pubblica per poter diminuire le tasse, 2)Lasciare così più denaro ai cittadini in modo che possano aumentare i loro consumi, 3)Così facendo, fare ripartire l’economia, le industrie produttrici e i posti di lavoro.

“Ridurre la spesa pubblica, per ridurre le tasse, per far ripartire l’economia”. Se abbiamo sintetizzato così il nostro progetto, è innanzitutto per far capire a chi ci segue che questo non è un sito web per i soli esperti di economia o per gli addetti ai lavori. La teoria conta, i numeri pure, ma non sono tutto. Far ripartire l’economia, abbassando le tasse, è nell’interesse di ogni giovane che oggi vorrebbe iniziare a lavorare ma non riesce nemmeno a entrare in un mercato del lavoro ingessato, è nell’interesse di ogni genitore che ha risparmiato per una vita ma adesso si vede progressivamente sottrarre ricchezza da uno Stato troppo vorace, è nell’interesse infine di ogni imprenditore che vorrebbe tornare a investire e invece deve pensare a come accantonare risorse per un Fisco sempre più esoso.

Oggi la pressione fiscale reale in Italia ha superato il 50 per cento del Prodotto interno lordo: ciò vuol dire che oltre la metà della ricchezza prodotta da tutti noi dobbiamo consegnarla alla fine di ogni anno al Fisco. Possiamo ancora permettercelo? A giudicare dalla nostra esperienza quotidiana, no. Le tasse troppo elevate non saranno l’unico problema del sistema economico e sociale italiano, infatti, ma ciascuno di noi può rendersi conto di quanto sia diventato pesante questo fardello. D’altronde anche la teoria economica riconosce in maniera quasi unanime, superando almeno su questo punto gli steccati politici e ideologici, che un alleggerimento del prelievo fiscale – specie se associato a una credibile riduzione della spesa – può influire positivamente sulla crescita di un’economia.

Secondo alcuni economisti, l’effetto più importante di una riduzione delle imposte assomiglia a un “incentivo” a lavorare di più. Come funziona? Semplice: riducendo le imposte, chi lavora può disporre nella vita di tutti i giorni di una quota superiore del reddito guadagnato. E’ altamente probabile che a questo punto molti di noi saranno spinti a “offrire” ancora più lavoro, espandendo in questo modo l’offerta di beni e servizi. Il Pil, attraverso questo canale, riprende a crescere.

Altri economisti sottolineano invece l’effetto di “stimolo” che un taglio delle tasse può fornire a un paese. Più soldi in busta paga, per esempio, possono accrescere nel breve termine la voglia di consumare dei cittadini o la disponibilità a investire degli imprenditori. Anche attraverso l’aumento di quella che gli addetti ai lavori chiamano “domanda aggregata”, può riprendere a crescere l’Italia. A patto ovviamente che nel lungo periodo, grazie a riforme profonde e di struttura, le forze vitali del paese siano messe in condizione di creare ricchezza.

Infine, di per sé, chiedere “meno spesa pubblica” in Italia può incidere fortemente e positivamente sulle aspettative future dei cittadini. Abituati come siamo a Governi che da anni aumentano la pressione fiscale, spesso in maniera strisciante, per fare fronte a spese fuori controllo, abbiamo quasi dimenticato cosa voglia dire avere fiducia nel futuro. Se d’un tratto potessimo davvero credere che la spesa pubblica non sarà destinata a crescere nei prossimi anni, avremmo la legittima aspettativa che anche le tasse non dovranno aumentare da qui a qualche anno. Risparmiare e mettere da parte per i futuri “tempi bui” non diventerà più una scelta obbligata. Da consumatori e da investitori, come tutti siamo, non potremmo dunque che diventare più fiduciosi. Un altro, ennesimo, effetto positivo associato a un Fisco meno invasivo e a uno Stato meno arrogante.

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