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Scritto da il ago 1, 2016 in Attualità, Monitoraggio, Primo Piano, Riforme | 0 commenti

I perché di un “no” consapevole al referendum costituzionale

I perché di un “no” consapevole al referendum costituzionale

Filippo Pizzolato è professore di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’università Bicocca di Milano. Da sempre sostiene la necessità di una corretta informazione politica per poter garantire ai cittadini un voto consapevole una volta davanti alle urne. Capiredavverolacrisi lo ha intervistato per chiarire i motivi per cui sostenere il “no” nel referendum costituzionale che ci attende per il prossimo autunno. Giudicandola nel merito e nel metodo, Pizzolato ci spiega perché la riforma va bocciata senza indugio

 Professor Pizzolato, il sei novembre gli italiani saranno chiamati ad esprimersi in un referendum sulla riforma della Carta. Partiamo dai contenuti: quali sono i punti salienti di questo importante passaggio lavorativo su cui ci viene chiesto di dire la nostra?

“Si tratta di una revisione molto ampia della seconda parte della Costituzione, che coinvolge essenzialmente la struttura del bicameralismo e i rapporti fra Stato, Regioni ed enti locali, il cosiddetto titolo V. Le due parti sono fra loro legate, perché negli intenti dei riformatori il Senato delle autonomie dovrebbe compensare le Regioni di una menomazione dell’autonomia legislativa.

Oltre a questi due contenuti principali ci sono una serie di altre riforme che toccano altri aspetti sempre della seconda parte della Carta. Sono in tutto una cinquantina gli articoli che verrebbero modificati, quasi un terzo del totale.”

 Si può parlare di una riforma senza precedenti?

“Per la verità abbiamo avuto la riforma della devolution del 2006, che toccava un numero equivalente di punti, anche quella una riforma molto ampia.”

 Ma allora la devolution è fallita?

“Premetto che ero contrario allora e sono contrario oggi, perché in ambedue i casi si tratta di progetti portati avanti solo dalla maggioranza di governo. In questo caso c’è l’aggravante che questa maggioranza è stata prodotta da una legge elettorale incostituzionale, rendendo la forzatura di maggioranza inaccettabile. Nel 2006 si toccava direttamente anche la parte sulla forma di governo, mentre ora l’influenza è più indiretta, legata al combinato disposto con la legge elettorale.”

Questa critica di metodo, però, non pregiudicherebbe tutta l’attività legislativa dall’inizio della legislatura ad oggi?

“Questo è un problema importante. Quando la Consulta, con la sentenza 1/2014, ha parzialmente annullato il Porcellum, ha chiarito che le Camere rimanevano comunque legittime e legittimate ad agire e a svolgere le proprie funzioni. Però con la stessa sentenza, in un passaggio, la Corte Costituzionale ha detto che però vi sono delle “delicate funzioni”, fra cui quelle di revisione costituzionale, che sono attribuite alle Camere proprio in forza della loro rappresentatività. E la rappresentatività era stata diciamo distorta in modo irragionevole dal Porcellum.

Queste Camere potevano agire sulla riforma della Costituzione solo con estrema cautela, proprio perché sono funzioni che richiedono un ampio consenso. A maggior ragione Camere con maggioranze forzosamente create dovevano agire necessariamente alla ricerca di convergenze molto più ampie di quelle raggiunte. Andava cioè coinvolta almeno una delle due principali opposizioni.”

 Una distorsione della prassi dunque?

“Il Pd, che in forza del Porcellum ha avuto 340 seggi alla Camera dei Deputati, senza quel premio di maggioranza che è stato annullato, ne avrebbe avuti 175-180. La distorsione è forte.

Si immagini se un domani le elezioni dovesse vincerle una forza politica oggi all’opposizione, secondo lei darà attuazione a una riforma costituzionale che subisce come una prevaricazione o cercherà a sua volta di modificarla? Il problema che mi pongo è che si innesti una spirale per cui chiunque va al governo pretende di riscrivere le regole, rischiando di far saltare l’idea della Costituzione come patto condiviso.”

 Entrando invece nel merito della riforma, quali sono a suo avviso le maggiori debolezze? Diversi costituzionalisti ravvisano un rischio di autoritarismo: si tratta di un pericolo concreto?

“Più che autoritarismo qui noi abbiamo una revisione più sciatta. Con l’effetto della legge elettorale avremo solo una Camera, quella dei Deputati, che avrà una maggioranza assoluta in capo a un solo partito, in forza dell’Italicum, che darà e revocherà la fiducia al governo: e questo è un elemento di semplificazione, indubbiamente.

Da un lato il governo dovrà fare i conti solo con una Camera, ma dall’altro lato si indeboliscono le autonomie territoriali, perché le Province sono soppresse, ma le Regioni – e qui c’è il pasticcio secondo me più impresentabile – si vedono sottrarre molta autonomia legislativa a vantaggio dello Stato. Le attribuzioni che rimangono alle Regioni sono sempre a rischio di subire l’interferenza del legislatore statale a causa della cosiddetta “clausola dell’interesse nazionale”, che consente al Parlamento, su richiesta del governo, di intervenire sulla materia delle Regioni. La riforma dice che quando lo richiede il governo la Camera, a maggioranza assoluta (che è garantita dall’Italicum a un solo partito)…..Così noi avremo un solo partito che potrà decidere di intervenire sulle scelte di una Regione magari governata da una forza politica di colore opposto.”

Ma i sostenitori della riforma sostengono che le Regioni siano compensate dall’esistenza del Senato delle autonomie…

“Questa argomentazione non regge: primo perché questo Senato è tutt’altro che espressione delle Regioni, perché ha una forma di investitura ambigua.
Su questa c’è stata una disputa interna al Pd fra chi voleva l’elezione diretta dei senatori e chi riteneva che il Senato potesse essere composto da rappresentanti dei consigli regionali: si è usciti da questa disputa con l’emendamento Finocchiaro, che per tenere insieme il Pd ha creato un compromesso, con 74 senatori eletti dai consiglieri regionali “in conformità con le scelte degli elettori”. Cosa vuol dire questa formula, nessuno lo sa, perché nel frattempo le maggioranze cambiano…. Non è più il Senato completamente elettivo, ma non è neanche un Senato del tipo tedesco che sia pura rappresentanza degli organi delle Regioni: è una soluzione compromissoria ma nel senso deteriore del termine. Ma non è tutto.”

 Cioè?

Inoltre il Senato non può intervenire su molti ambiti più delicati, ad esempio non ha titolo per intervenire nella legge di coordinamento in tema tributario. Sostanzialmente laddove si gioca molta dell’autonomia delle Regioni, cioè sul terreno dell’autonomia finanziaria, il Senato – che dovrebbe essere il paladino delle Regioni – non può intervenire, o meglio può farlo ma senza una posizione paritaria con la Camera dei Deputati.”

 Spesso si difende la riforma sostenendo che si tratti di una misura utile a contenere la spesa, riducendo il numero di senatori e abolendo il doppio stipendio: ma questo non riduce la produttività di chi è costretto ad assolvere a un doppio incarico? Non conveniva dimezzare parlamentari ed emolumenti di entrambe le Camere?

“Questa è la posizione che ha sostenuto il presidente del comitato del No, Pace. Ridurre la questione della rappresentanza politica, in nome della quale si sono combattute grandi rivoluzioni come quella francese e americana a un problema di un risparmio che poi quantificato è irrisorio mi pare un approccio molto contingente. Con il rischio che una riforma così irrazionale e contraddittoria produca un malfunzionamento che si tradurrebbe costo economico e del funzionamento delle istituzioni democratiche.”

 Capiredavverolacrisi è però anche un sito di proposte: vediamo cosa si può fare per la riforma della Carta. Quali potrebbero essere possibili miglioramenti?

“Allo stato delle cose l’unico modo per rimediare ai rischi della riforma è bocciarla. Dopodiché se si boccia questa riforma non è che si potrà mai fare nessun’altra riforma. Tuttavia bisogna capire che se a ogni passaggio elettorale la posta in gioco è la scrittura unilaterale delle regole, si drammatizza troppo la competizione elettorale ed è così che la democrazia competitiva rischia di non funzionare mai. Ho l’impressione che che si voti la riforma delle regole costituzionali per coprire le mancanze della classe politica e questo è un gioco pericoloso.”

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