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Scritto da il nov 21, 2015 in Attualità, Banche, Primo Piano | 0 commenti

“Il contante favorisce l’evasione”: un falso mito da sfatare

“Il contante favorisce l’evasione”: un falso mito da sfatare

Continuano a ripetercelo come un mantra: innalzare la soglia del contante favorisce l’evasione fiscale. Ma è davvero così, o piuttosto si rischia di confinare all’economia sommersa un gran numero di transazioni che non possono passare per i metodi di pagamento elettronici?

È uno dei temi più dibattuti dell’intera Legge di Stabilità: l’innalzamento del tetto del contante da mille a tremila euro. Un regalo agli evasori, si dice a sinistra; un incentivo ai consumi, ha replicato il governo con il tacito consenso del centrodestra.

La misura ha incontrato il favore soprattutto di commercianti, artigiani, albergatori e ristoratori: le categorie tra cui è più bassa la percentuale di pagamenti elettronici. Essa si è però attirata anche le critiche dei difensori della lotta all’evasione fiscale vecchia maniera: quelli, per intenderci, che esultavano di fronte agli spettacolari blitz della Finanza a Porto Cervo, Attilio Befera regnante all’Agenzia delle Entrate.

Ma l’innalzamento del tetto del contante favorisce davvero l’evasione? Il contante, si dice, è il metodo di pagamento prediletto per le transazioni legate all’economia “nera” (a sostenerlo è tra gli altri il rapporto 2014 Uif-Bankitalia): un’affermazione difficile da smentire, ma che viene usata in modo strumentale per dedurne una tesi tutta da verificare. È scorretto infatti supporre che limitando l’uso del contante i cittadini ne saranno automaticamente indotti ad utilizzare i metodi di pagamento elettronici.

Questo è quanto sostiene uno articolo di Filippo Lippi, ordinario di Economia presso l’Einaudi Institute for Economics and Finance a Roma e all’Università di Sassari tra gli altri per la voce.info. Dati alla mano, Lippi dimostra come l’abbassamento del tetto del contante a mille euro (per decisione del governo Monti, nel 2012, ndr) non sia stato accompagnato da un cambiamento significativo nella percentuale di famiglie che possiedono bancomat o carta di credito. Dal 2010 al 2012, la percentuale di famiglie che possedevano il bancomat salì di appena due punti percentuali, dal 69% al 71%; quella di famiglie in possesso di una carta di credito scese addirittura dal 32% al 29%.

Parallelamente, la percentuale di spesa in contanti scende di poco, dal 43,7% al 40.9% in quattro anni, dal 2008 al 2012. Secondo i calcoli di Lippi, il recupero dell’evasione – stimato sull’assunzione, tutta da provare, che l’Iva sugli acquisti dei beni interessati dalla rilevazione fosse completamente evasa prima del 2008 e pagata per intero nel 2012 – si attesterebbe intorno ai sei miliardi di euro. Rispetto ai cento miliardi che costituirebbero il totale dell’evasione, sicuramente una percentuale ridotta: o così almeno sarebbe per i talebani dello “zero contante”, che vedono nell’abolizione della cartamoneta la panacea per ogni male.

Né d’altronde è provato che l’aumento alla soglia del contante favorisca di per sé l’evasione fiscale: chi vuole evadere, difatti, si limiterà a pagare in contanti 1800 euro senza lasciare traccia quando prima avrebbe effettuato due pagamenti da 900 euro senza superare il tetto precedentemente in vigore. Una bassa soglia di contante corre anzi il rischio di spingere nella galassia del sommerso pagamenti che altrimenti sarebbero stati effettuati, forse, regolarmente. La legge sull’antiriciclaggio, peraltro, impone agli intermediari finanziari di segnalare i prelievi anomali quale che sia la soglia di contante concessa.

Più di un osservatore, inoltre, aveva notato come la bassa soglia di contante collocasse il nostro Paese fuori dalla media europea, allontanandone i flussi turistici dei cittadini europei (per molti quelli extraeuropei questa soglia non valeva) e mettendo in difficoltà un settore tradizionalmente importante per l’Italia come il mercato del lusso.

Vero è che le classifiche internazionali su corruzione ed evasione ci collocano agli ultimi posti in Europa. Ma la ricetta per risalire la china non può essere quella della proibizione del contante, che peraltro è assai usato anche dove le transazioni illecite sono molte meno che in Italia, come avviene in Austria e Germania.

Se si vuole incentivare l’uso dei sistemi di pagamento elettronici, si abbattano piuttosto le commissioni, ma senza assegnare agli evasori la palma di unici utilizzatori del contante. Se si dovesse vietare il contante solo per prevenirne un possibile uso criminale, ha scritto Carlo Lottieri sul Foglio , tanto varrebbe abolire internet per combattere la pedopornografia online e chiudere strade e autostrade per azzerare gli omicidi stradali.

La lotta all’evasione, di cui pure c’è grande necessità, non si può vincere proibendo il contante e meno che mai demonizzandolo: essa si conduce con l’incrocio dei dati, l’efficientamento della Guardia di Finanza, la semplificazione burocratica e amministrativa.

Illudersi di stanare il “nero” iscrivendo il contante alle liste di proscrizione è un sogno che non paga. Anzi. Rischia di far salpare il denaro verso altri lidi, come successe agli yatch che da Porto Cervo, dov’erano braccati dalla Finanza, salparono verso la Corsica.

 

Ps. Se è vero che il preteso (dal governo) effetto benefico della liberalizzazione dei contanti sull’aumento dei consumi è ancora tutto da verificare, la misura inserita nella Legge di Stabilità introduce un’inversione di tendenza su un altro terreno importante: quello culturale. Lo Stato, almeno in minima parte, torna ad assumersi l’onere di provare eventuali colpe dei cittadini senza pretendere, con fare inquisitorio, che siano i cittadini a provare la propria innocenza.

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