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Scritto da il mag 30, 2018 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Primo Piano | 0 commenti

Il punto sulla situazione del debito pubblico italiano

Il punto sulla situazione del debito pubblico italiano

Nelle ore convulse in cui l’Italia affronta la peggiore e più grave crisi istituzionale della propria storia repubblicana, una parola più delle altre agita le cronache politiche e viene brandita come un’arma ora per richiedere che si cambi tutto, ora per sostenere che quel cambiamento non s’ha da fare: il debito.

 Una parola che corrisponde a un tema – quello del debito – che effettivamente pesa come un macigno sui conti pubblici italiani ma di cui spesso si parla senza cognizione di causa e con toni isterici e apocalittici. Tanto che, come ha fatto Marcello Foa in più di un’occasione, si è iniziato a parlare di “debitalismo” in luogo del tradizionale “capitalismo”.
 Per chiarire meglio il quadro – purtroppo in costante peggioramento – della situazione del debito italiano non è inutile ricordarne i numeri.



A quanto ammonta il debito pubblico italiano? Come sta evolvendo?

A marzo del 2018 il debito del nostro Paese aveva raggiunto la cifra record di 2302 miliardi di euro, in crescita di 40 miliardi su base tendenziale. Il trend della crescita del debito in termini assoluti, peraltro, non è una novità degli ultimi dodici mesi: a fine anno, quando il conteggio arrivava a 2289 miliardi, il debito era cresciuto del 5,35% rispetto al 2015. Allargando ulteriormente lo sguardo, si nota come dopo l’esplosione degli anni Ottanta, il debito sia sceso fin sotto il 100% del Pil nella seconda metà degli anni Duemila, per poi risalire a percentuali da record negli anni Duemiladieci. Una tendenza che ancora non si è interrotta.

Il debito di uno Stato è definibile come il valore che un Paese deve a soggetti terzi, nazionali o stranieri, nella forma generalmente di obbligazioni o titoli di Stato. La maggior parte del debito – che può essere dovuto a Stati esteri, banche, imprese, altri enti economici o singoli individui – nel caso dell’Italia è stato emesso sotto forma di titoli di Stato a breve, media o lunga scadenza. Altre forme di credito, come le monete, i depositi o i prestiti, sono state concesse in misura molto minore.



Chi detiene il debito dell’Italia?

Questa è la domanda più urgente e cruciale. Dagli ultimi dati emerge che poco meno di un terzo del debito pubblico totale del nostro Paese appartiene a investitori stranieri, soprattutto europei e in particolare francesi e tedeschi. Questi soggetti stranieri, titolari di una fetta importante del nostro debito, sono perlopiù banche, compagnie assicurative e fondi di investimento.

Impossibile poi non ricordare il ruolo della Bce, che ha acquistato ben 340 miliardi di euro in titoli di Stato, favorendo la crescita economica anche grazie al programma di quantitative easing che ha permesso ad esempio alle banche di concedere prestiti alle imprese con maggiore facilità.

Un altro terzo del debito è in mano a banche e a istituzioni finanziarieitaliane mentre la percentuale detenuta da famiglie e imprese, in calo, è circa del 5%. Nel complesso, circa il 67% del debito rimane comunque in mani italiane.



Quali sono le date da tenere d’occhio?

Per qualsiasi soggetto che abbia investito o abbia intenzione di investire nei titoli italiani non è inutile tenere sotto controllo alcuni indicatori economici come lo spread: il differenziale fra il rendimento di un titolo di Stato considerato a rischio zero come il bund tedesco e quello di un altro Stato – in questo caso l’Italia. Se lo spread cresce, perché a torto o a ragione l’Italia non viene ritenuta in grado, da parte degli operatori finanziari internazionali, di onorare i propri debiti, lo Stato deve aumentare interessi e rendimento dei titoli per assicurarsi che alla scadenza degli stessi gli investitori continuino a comprarli, garantendo il denaro necessario al funzionamento della macchina pubblica.

Ad ascoltare i commentatori più allarmisti, sembrerebbe che con l’insediamento di un governo euroscettico il problema del debito possa esplodere immediatamente e in tutta la sua gravità dall’oggi al domani. È davvero così? In realtà i rischi di un attacco speculativo dall’estero esistono ma sono meno gravi che in passato, perché è diminuita l’esposizione verso l’estero. Gli Usa ad esempio possiedono l’1% del debito mentre il Giappone, che in passato aveva agitato le acque della speculazione, ne possiede l’1,5%.

Nonostante la conclusione del programma di quantitative easing, nulla lascia presagire che la Bce possa abbandonare l’Italia al suo destino in caso di tempesta perfetta sui mercati.

Tuttavia sarà interessante tenere d’occhio l’asta dei titoli in scadenza il prossimo 30 maggio, quando il Tesoro tornerà a chiedere fiducia agli investitori emettendo nuovi titoli. A seconda dell’esito di quell’asta, avremo indicazioni un poco più affidabili sulle possibili previsioni per il futuro. Rivolgendo lo sguardo ai prossimi mesi, va ricordato che quest’anno sono in scadenza 93 miliardi di titoli a breve termine e altri 88 di titoli a medio e lungo termine. L’anno prossimo, invece, ne andranno in scadenza altri 340 miliardi.

Ma per allora, se mai si sarà formato un governo rappresentativo della volontà del corpo elettorale, gli investitori dovrebbero essersi ormai già fatti un’idea dell’affidabilità dell’Italia.

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