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Scritto da il giu 29, 2016 in Attualità, Primo Piano, Rassegna stampa | 0 commenti

Il vero significato del voto britannico

Il vero significato del voto britannico

Proponiamo un’analisi pubblicata sul Corriere del Ticino da Alfonso Tuor, economista e giornalista ticinese, alla vigilia del voto sulla Brexit. Tuor evidenzia come la vera posta in gioco del voto sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non sia economica ma politica: la vittoria del “Leave” non produrrà sconvolgimenti decisivi nell’economia, ma potrebbe ben dare l’avvio ad un effetto-domino che porterebbe alla scomparsa della Ue come la conosciamo ora.

La posta in gioco del voto di giovedì prossimo sulla Brexit non è economica ma politica. Infatti un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea non avrebbe alcuna conseguenza economica rilevante né per il Regno Unito né per gli altri Paesi europei. I motivi sono evidenti. L’UE, che vanta un ampio avanzo commerciale, non avrebbe alcun interesse ad adottare misure punitive nei confronti di Londra. Del resto, l’accesso al mercato europeo continuerebbe a rimanere garantito dagli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che non decadono con la Brexit. Anche misure come il non riconoscimento degli standard o maggiori difficoltà nella omologazione dei prodotti avrebbero un costo irrisorio che non influirebbe sulle prospettive dell’economica britannica. L’unico punto dolente potrebbe riguardare le attività della piazza finanziaria londinese. Ma il ridimensionamento della City, che è già in corso da alcuni anni, sarebbe molto probabilmente un bene per il futuro della Gran Bretagna. La finanza speculativa di stampo anglosassone ha infatti gli anni contati, poiché si è diffusa nel mondo la consapevolezza che la produzione artificiale di miliardi e miliardi di carta straccia che continua a essere sovvenzionata dalla mano pubblica (di questi tempi con la continua stampa di moneta da parte delle banche centrali) è uno dei fattori che impedisce l’uscita dalla crisi. La riconversione della City in un centro finanziario al servizio dell’economia reale e il conseguente probabile indebolimento della sterlina sarebbero benefiche per il futuro del Paese. Inoltre l’uscita dall’Unione europea sarebbe un processo facile ed indolore, dato che la Gran Bretagna non ha adottato l’euro. Anche per gli altri Paesi europei non vi sarebbero conseguenze economiche rilevanti.

Le paure dell’establishment britannico e di molti leader europei sono politiche. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea potrebbe produrre un effetto domino. Infatti in molti Paesi europei cresce l’insofferenza nei confronti di un’Unione burocratica, inefficiente, costosa e soprattutto espressione dei poteri forti. Quindi un’eventuale Brexit darebbe sicuramente maggiore forza a quel movimento trasversale che attraversa il Vecchio Continente e che si batte per difendere la sovranità nazionale e quindi il controllo democratico delle istituzioni intaccato dal processo di integrazione europea e minacciato dalle forze messe in moto dalla globalizzazione. Darebbe dunque impulso a quella vera e propria rivolta diffusasi anche negli Stati Uniti contro l’establishment finanziario, economico e politico che governa il mondo, che ha imposto le politiche economiche che hanno prodotto la crisi finanziaria del 2008 e che, oggi attraverso la difesa dei suoi privilegi, impedisce il varo di quelle vere riforme che potrebbero farci uscire dalla crisi. Un sì dei cittadini britannici alla Brexit dimostrerebbe anche che ha sempre meno presa l’uso elettorale della paura per spingere i cittadini a votare come desidera il blocco di potere che va dai mass media alla finanza fino ai partiti della sinistra tradizionale.

Il voto britannico ha una grande rilevanza anche a livello internazionale. Come ha messo in evidenza l’impegno profuso dall’amministrazione Obama, la permanenza di Londra nell’Unione europea corrisponde agli interessi economici e geopolitici della superpotenza americana. Infatti, e lo si era già visto con gli interventi statunitensi tesi a risolvere la crisi greca, Washington predilige l’Europa attuale che non ha una politica estera autonoma, che non è in grado di diventare un attore politico indipendente e rilevante sul piano internazionale e che si piega regolarmente ai diversi diktat americani. E in tale logica la permanenza di Londra nell’Unione rappresenterebbe una specie di garanzia.

In conclusione, le paure di un voto favorevole all’uscita della Gran Bretagna sono essenzialmente politiche. Si teme che la Brexit dia coraggio e ingrossi ulteriormente la rivolta contro l’establishment che comanda il mondo e che dia avvio a un processo all’interno del Vecchio Continente che rimetta in discussione l’obbedienza ai voleri americani.

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