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Scritto da il gen 1, 2018 in Attualità, Museo degli orrori, Primo Piano | 0 commenti

Immigrati, Siccardi: “L’Italia faccia come l’Australia”

Immigrati, Siccardi: “L’Italia faccia come l’Australia”

Il governo esulta per il calo degli sbarchi, ma allora perché ha varato una nuova missione in Niger? Minniti ha inaugurato i primi corridoi umanitari per fare entrare solo chi già si sa avere diritto alla protezione internazionale: perché non averci pensato prima?

 

Marco Minniti lo aveva promesso: grazie ai nuovi accordi con i libici, i flussi di migranti verso l’Italia sarebbero stati praticamente azzerati.

A guardare i dati del ministero dell’Interno aggiornati al 29 dicembre scorso, si può vedere che il numero degli sbarchi è diminuito del 33% rispetto al 2016, da 180mila a 119mila – sia pure con un’approssimazione di due giorni.

Numeri che sicuramente rappresentano un’inversione di tendenza rispetto al 2014 e 2015, quando ne arrivarono rispettivamente 170mila e 153mila ma che comunque rimangono altissimi rispetto al cinquennio 2009-2013, quando la media fu di 26 mila sbarchi all’anno, nemmeno un quarto di quella dell’anno che si sta concludendo.

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Sbarchi in Italia 1997-2016, fonte: fondazione Ismu, Viminale

 

Anche alla fine di quest’anno, però, gli sbarchi hanno occupato i primi posti nei notiziari e sui giornali: il 28 dicembre la Nave Aquarius dell’ong Sos Mediterranèe ha attraccato al porto di Augusta con 373 migranti a bordo salvati in quattro diverse operazioni.

Un episodio che, con altri, testimonia come anche dopo l’accordo stretto con Tripoli (un accordo raggiunto peraltro al costo di gravissime violazioni dei diritti umani, come ha denunciato anche l’Onu) il traffico di uomini dalla Libia sia ben lungi dall’essere arrestato.

Una realtà di cui deve essere ben conscio anche lo stesso governo Gentiloni che a dispetto del trionfalismo delle dichiarazioni in materia si è affrettato, negli ultimi giorni dell’anno, a varare una missione militare in Niger che ha fra gli obiettivi principali proprio quello di frenare i flussi migratori verso la Libia. Un’avventura i cui contorni finanziari non sono ancora chiari ma il cui costo graverà, inevitabilmente, sulle spalle dei contribuenti.

Il fronte interno: il disastro dei ricollocamenti

Se la tenuta del patto anti-partenze con la Libia è a dir poco precaria, con il Paese nordafricano che fatica a trovare stabilità, un punto se possibile ancora più critico è rappresentato dalla situazione delle centinaia di migliaia di migranti che già si trovano nel nostro Paese e più in generale in tutta Europa. Nonostante gli sforzi dell’Unione – che su questo tema, una volta di più, ha dato l’ennesima prova della propria impotenza – a fine settembre i migranti ricollocati da Italia e Grecia verso gli altri Stati dei Ventotto erano appena il 18% di quelli inizialmente previsti nel piano di Bruxelles, alla faccia della solidarietà europea.

La ciliegina sulla torta, poi, l’ha fornita il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz che a pochi giorni dalla nomina alla guida del governo di Vienna si è affrettato a dichiarare che il proprio Paese rigetta il sistema delle quote e che la Ue non può imporre ai vari Stati membri di accogliere i migranti per forza. Ha inoltre pronunciato una frase che risulta a suo modo illuminante: “Il confine fra asilo e migrazione economica è attualmente del tutto labile.”

Parole illuminanti, perché chiariscono quello che è uno dei maggiori problemi della migrazione degli ultimi anni: l’immenso numero di persone che arrivano in Europa per richiedere protezione internazionale e che spesso devono attendere per anni prima di avere una risposta dai tribunali sovraccarichi di lavoro. Durante quest’attesa – e in Italia, dove a causa del regolamento europeo di Dublino sull’asilo rimangono intrappolati molti più migranti che altrove, questi tempi sono ancora più dilatati – i richiedenti vengono mantenuti dallo Stato, provocando spesso il risentimento della popolazione residente.

Una delle possibili soluzioni al problema risiede quindi in un’efficace sistema per individuare più rapidamente chi, secondo le leggi vigenti, ha diritto ad ottenere la protezione e quindi il diritto a restare in Europa. Uno dei mezzi più noti è quello dei corridoi umanitari, da tempo suggerito e messo in pratica da realtà assistenziali cattoliche come la Comunità di Sant’Egidio.

Il 22 dicembre scorso il governo Gentiloni ha accolto i primi 162 rifugiati dalla Libia. Si tratta di persone che – con altre 10mila che le seguiranno – sono già note, prima della partenza, per essere soggetti bisognosi di protezione, secondo le leggi internazionali sull’asilo.

La soluzione australiana

Una soluzione che, secondo il fondatore di Capire davvero la crisi Alberto Siccardi, avrebbe dovuto essere adottata ben prima: “La soluzione, a mio modo di vedere, è quella adottata dall’Australia – spiega – Ne accolgono circa 200mila all’anno, per via aerea, selezionati secondo le professioni più richieste. Chi non ne ha diritto viene lasciato in attesa su alcune isole minori fino a che non rientra al Paese di origine. In Italia però hanno copiato solo una parte della regola, continuano ad accettare tutti i disgraziati che partono da soli. Forse qualcosa cambierà?”

Nel 2010 in Australia, secondo i dati dell’Australian Bureau of Statistics, oltre il 26% della popolazione residente era nato fuori dal Paese. In Italia gli stranieri rappresentano l’8,2% della popolazione: una percentuale di gran lunga inferiore. Eppure perché l’immigrazione continua a rappresentare un punto critico dell’agenda di ogni governo?

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