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Scritto da il ott 29, 2019 in Europa e Euro, Primo Piano | 0 commenti

Juncker saluta, se ne va e non (ci) mancherà

Juncker saluta, se ne va e non (ci) mancherà

“Sono fiero, nel corso degli ultimi cinque anni ho dato il mio contributo. Bisogna amare l’Europa, viva l’Europa”. Jean-Claude Juncker è stato il tredicesimo presidente della Commissione Europea e il suo lustro ai vertici dell’Ue – costellato di errori e di gaffe – è giunto al termine. Mercoledì 23 ottobre, in una plenaria di Strasburgo con molti scranni vuoti, il lussemburghese si è congedato, passando il testimone a Ursula von der Leyen. E come buona parte dei suoi predecessori, è stato tutto fuorché un presidente indimenticabile.

Dal 2014 a oggi l’Europa è cambiata profondamente. Chi tira i fili dietro le quinte, però, si impegna e molto per mantenere a forza uno status quo che non risponde più al volere della popolazione elettorale. Popolari e Socialisti, rispetto alla tornata del 2014, hanno perso milioni di voti e decine e decine di seggi in Parlamento, ma facendo fronte comunque governano ed eleggono i nuovi vertici al potere, tagliando fuori quelle forze politiche che l’Europa vorrebbero rivoltarla come un calzino, per farla davvero funzionare.

Non che sia tutta e solo sua la colpa, ma dire che Juncker lasci un’Europa peggiore di quella trovata, non è dire cosa mendace. Per esempio, la sua presidenza sarà sempre ricordata quella sotto la quale si consumò lo storico e clamoroso strappo della Brexit. “Sbagliai – ammette ora – perché all’epoca diedi ascolto al premier Cameron, che mi chiese di non interferire nella campagna referendaria in Gran Bretagna. Fu un errore, perché noi saremmo stati gli unici in grado di smontare le bugie che sono state raccontate”.

Ovviamente, il presidente della Commissione non è certo il deus ex machina dell’Ue, visto che è una figura scelta ad hoc per veicolare orientamenti e decisioni maturate altrove, per esempio nelle lobby finanziarie che operano a Bruxelles, che sono la longa manus dietro a certe operazioni di palazzo volte a non far toccare palla, per esempio, a quegli esponenti del “nazionalismo stupido”, giusto per citare parole dispregiative dello stesso Juncker nei confronti dei cosiddetti sovranisti.

L’unico risultato, però, è stato quello di affossare del tutto (o quasi) l’originario progetto europeo, rendendo l’Unione fragile, spaccata al suo interno, e per questo influenzabile – per non dire manovrabile – dagli interessi delle banche e della finanza.

Juncker è stato bravo, molto bravo ad assecondare anche gli interessi anche di qualcun altro, che risponde al nome di Germania e Francia. Merkel, Hollande (prima) e Macron (poi) hanno goduto di una corsia preferenziale che ha trasformato l’Unione Europea nell’Unione franco-tedesca. Il tutto dimenticandosi di tutti gli altri, puntando (troppo) spesso e volentieri il dito contro l’Italia e sventolando la bandiera dell’austerity. Lo sa bene la Grecia, messa in ginocchio dalla Troika.

Circa l’immigrazione, nel suo discorso di commiato, Juncker ha avuto il coraggio di dire che il bilancio sull’immigrazione “è migliore di quello che si pensi”. Mentre la realtà dei fatti parla di un Continente invaso da un flusso migratorio incontrollato grazie a decine di rotte aperte nei labili confini europei, preda dei pasdaran mondialisti dell’immigrazione a tutti i costi.

Ma per Jean-Claude Juncker, citando pari passo un estratto del suo discorso d’addio a Strasburgo, “l’Unione di oggi è più forte dell’Unione di ieri”. Ne è convinto soltanto lui.

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