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Scritto da il lug 31, 2017 in Attualità, Primo Piano | 0 commenti

La concorrenza, grande assente nella corsa alla ripresa

La concorrenza, grande assente nella corsa alla ripresa

Come può accadere che ad Agrigento il prezzo della tassa dei rifiuti sia più di tre volte superiore di quello pagato a Belluno senza che nessuno si ribelli? Cosa accadrebbe se privatizzando il servizio si passasse da una tassa a una tariffa? Nella difficile gara per riportare l’economia ai livelli pre-crisi – che l’Fmi ha previsto comunque per la metà degli anni 20′ – sono i mancati progressi sulla concorrenza a frenare i tentativi dell’Italia di agganciare la ripresa. Basti pensare che la legge annuale sulla concorrenza e il mercato è ferma in Parlamento da oltre due anni e mezzo.

 

886: tanti sono i giorni che il disegno di legge sulla concorrenza ha atteso prima di diventare legge. E ancora adesso non si vede alcun risultato.

886 giorni – quasi due anni e mezzo – per un provvedimento che dovrebbe rientrare fra le priorità politiche del Paese ma che è fermo in Parlamento, sorpassato nell’agenda da altre misure meno costose in termini elettorali.

Con l’ultima approvazione da parte del Senato il 29 giugno scorso, il testo torna alla Camera in quarta lettura.

Il ddl all’esame di Montecitorio comprende una serie di misure volte a favorire la concorrenza su tutta una serie di materie d’interesse primario per la vita dei cittadini, dai trasporti a lungo raggio al mercato dell’energia, dagli albi professionali alla costituzione di società a responsabilità limitata.

Fra le misure non modificate dalla Camera, si segnalano la fine del mercato tutelato dell’energia elettrica e del gas e del monopolio delle Poste sull’invio di multe e notifiche; l’introduzione di sconti sull’assicurazione Rc auto per chi installa la scatola nera sul proprio veicolo; l’ingresso delle società di capitale nel controllo della farmacie (sia pur con un tetto del 20% su base regionale); l’aumento del numero dei notai; maggiori informazioni sui costi di recesso dei contratti di tv e telefono.

Un elenco imponente che include importanti occasioni da cogliere, come la fine della tutela ai mercati di luce e gas, e altre invece mancate: si pensi alle norme che colpiscono aziende e servizi premiati in masse dai consumatori come Flixbus (affossata la norma che impediva lo stop alla società tedesca di trasporti passeggeri low cost su gomma).

Al netto delle inevitabili polemiche politiche, fa riflettere come un provvedimento che per definizione dovrebbe essere “legge annuale” per il mercato e per la concorrenza rimanga impastoiato per oltre due anni, con una raccomandazione Ue in materia rimasta inascoltata.

E oltre a quella di metodo c’è anche una questione di merito.

Perché, come ha sottolineato anche il vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni Serena Sileoni, a forza di modifiche il ddl concorrenza rischia di trasformarsi in una legge antiliberalizzazioni o addirittura foriera di elementi anticoncorrenziali.

Sileoni cita il caso dei commi che consentono agli albergatori di praticare prezzi e condizioni migliori rispetto a quelli offerti da intermediari terzi (uno su tutti, Booking): “Questa clausola – ha spiegato – impedisce agli albergatori di fare il proprio mestiere. La norma introduce un obbligo negoziale che non solo in linea teorica è una intromissione nella libera capacità di trattare delle parti, ma le danneggia. Booking non è ua vetrina pubblicitaria, il suo obiettivo è quello di vendere camere d’albergo e può farlo solo a un prezzo competitivo. Del resto gli alberghi non hanno l’obbligo di vendere su Booking, ma lo fanno perché ne traggono vantaggi.”

Eppure per un Paese che come l’Italia si classifica al 67esimo posto su 138 – dietro i più importanti Stati europei – per efficienza del mercato dei beni (fonte il Rapporto sulla competitività globale del World Economic Forum, pagg. 48 e 212), un’efficace legge sulla concorrenza dovrebbe essere una prorità assoluta.

Ne beneficeremmo tutti, a partire dagli aspetti più minuti della vita quotidiana ma fondamentali per il portafoglio. Uno studio della Uil sulla tassa dei rifiuti ha dimostrato come la tariffa di Belluno (149 euro) sia meno di un terzo di quella di Agrigento (474 euro). Come osserva giustamente Carlo Lottieri sul Giornale, basterebbe introdurre elementi concorrenziali anche in questo settore per trasformare la tassa in un prezzo e obbligare gli attori del mercato a offrire un servizio migliore a prezzi più vantaggiosi. Come è già successo, ad esempio, per la telefonia e per l’energia. Nonostante le profezie catastrofiste dei soliti statalisti.

Quali i possibili rimedi contro questo stato di cose? Anzitutto tempi più stretti per l’approvazione di una legge che, essendo annuale, non può avere la pretesa di esterna legge-quadro su cui si gioca lo scontro fra forze politiche che combattono su interessi particolari a tutto detrimento dell’efficacia legislativa.
Un tema cruciale come quello della concorrenza meriterebbe forse un sottosegretariato ad hoc. Ma più di tutto serve una rivoluzione culturale, che concepisca la concorrenza come un veicolo – se non il veicolo per lo sviluppo – evitando, anche a livello mediatico, di associare la parola sempre e comunque all’aggettivo “sleale”. La concorrenza sleale è certo un fenomeno da contrastare. Ma combatterla, come anche combattere la creazione di trust e cartelli, non basta. La concorrenza “buona” va promossa e facilitata attivamente. Gli strumenti già ci sono: si tratta solo di adoperarli.

 

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