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Scritto da il ott 25, 2018 in Attualità, Definizioni economiche, Primo Piano | 0 commenti

La definizione economica: cos’è lo spread

La definizione economica: cos’è lo spread

Da anni al centro del dibattito publico, lo spread è una parola con cui abbiamo ormai una certa familiarità ma il cui vero significato resta ancora oscuro ai più. Ecco un tentativo di spiegarlo con chiarezza e con semplicità. Per capire perché è importante, ma anche perché non è il Vangelo.

Tutti ne parlano, in molti ne fanno un uso strumentale, ma troppo pochi sanno realmente cosa sia. Lo spread, questo sconosciuto.

Questo termine inglese che significa letteralmente “diffondere” e quindi “allargare” e “separare”, in economia assume perde il suo valore di verbo e si fa sostantivo. Comunemente viene tradotto con la parola italiana “differenziale” e indica la differenza il rendimento di un titolo di Stato rispetto a un altro titolo di riferimento, generalmente di un Paese considerato benchmark per la sua affidabilità.

Per quanto riguarda l’Europa, com’è noto, lo spread calcola la differenza di rendimento fra il titolo di un titolo di Stato di un certo Paese e quello della Germania, ritenuta avere il sistema-Paese più solido del continente. Lo spread  italiano quindi indicherà la differenza di rendimento fra il Btp e il bund  tedesco, ad esempio a 10 anni. Esso viene calcolato con un’unità di misura espressa in “punti base”. Lo spread spagnolo, a sua volta, indicherà la differenza di rendimento fra i bonos a 5, 10, 20… anni e il bund corrispondente.

Lo spread funziona dunque come un termometro: è un indicatore dell’appetibilità sui mercati dei titoli di Stato di un determinato Paese.

Esso non può essere preso come l’indicatore di affidabilità di un’intera economia nazionale, certo. Tuttavia si tratta di un indice da non trascurare. Vediamo insieme perché.

Come funziona

Gli Stati, da secoli, emettono titoli, per finanziare le spese pubbliche. In poche parole, si fanno prestare denaro dai cittadini (ma anche da stranieri) con la promessa di restituirlo con gli interessi. Naturalmente, più l’investimento sarà rischioso, più alto sarà il rendimento di quel determinato titolo di Stato. 

Facciamo un esempio: se in un immaginario Paese africano, che chiameremo Zartania, avvenisse un colpo di Stato che portasse al potere un dittatore sanguinario, in pochissimi si affretterebbero a prestare il proprio denaro a quel governo, nel timore che un regime così precario gli potrebbe rendere il prestito con grande difficoltà. Per questo, quei pochi che ne avessero il coraggio, verrebbero premiati con rendimenti particolarmente alti.

Viceversa, un Paese africano particolarmente stabile e con un’economia florida e i conti pubblici in ordine, emetterebbe titoli di Stato a basso rischio e pertanto a basso rendimento. 

Anche nel nostro mondo reale, se il ministro italiano Tizio annuncia un piano straordinario di lavori pubblici da 7mila miliardi, il rendimento dei titoli del nostro Paese schizzerebbe alle stelle. E lo spread, calcolato sul differenziale di rendimento con i titoli della Germania, farebbe altrettanto.

L’estrema attenzione degli operatori finanziari e dei media per questo indice contribuisce a far sì che ogni minima variazione, dovuta magari a una dichiarazione anche estemporanea e improvvisata, abbia una notevole influenza sull’andamento dello spread, che pertanto non dipende solo ed esclusivamente dalle dinamiche della libera contrattazione sui mercati (e che diviene così ancora più soggetto ad eventuali speculazioni).

La situazione italiana

In queste settimane si sente parlare dello spread e troppo spesso se ne sente parlare a sproposito. Come accade sovente, il dibattito pubblico è polarizzato fra chi vorrebbe orientare le decisioni politiche in funzione dello spread e chi invece sostiene la necessità di non tenerne alcun conto. La giusta misura, come quasi sempre, sta nel mezzo. 

Nel 2006, sotto il governo di Romano Prodi, lo spread era a 24 punti base. Un Btp italiano rendeva cioè lo 0,24% in più rispetto al bund  tedesco corrispondente. I titoli del nostro Paese erano cioè considerati parecchio affidabili. Non tanto affidabili quanto quelli dei tedeschi ma comunque piuttosto sicuri. A partire dalla metà del 2008, in concomitanza con la crisi, quest’indice inizia a salire fino a esplodere in maniera incontrollata nel 2011.

Il record viene toccato nel novembre del 2011, quando supera i 550 punti base. Con le dimissioni del governo Berlusconi IV e l’avvento di Mario Monti, inizia una discesa costante fino ad attestarsi fra i 100 e i 170 punti base. Torna a salire ad esempio in concomitanza con le crisi bancarie del 2015, quando i mercati temono per la tenuta del sistema creditizio italiano e gli investitori ritirano la fiducia.

Da quando in primavera è stato varato il nuovo governo giallo-verde, che ha il dichiarato intento di sovvertire le politiche economiche degli ultimi 7 anni per varare fra l’altro ambiziose riforme fiscali e previdenziali, lo spread è tornato a salire. Anche il ministro delle Politiche Europee Paolo Savona ha dichiarato che l’unica circostanza che potrebbe obbligare l’esecutivo a ritoccare la manovra è quella di una situazione che veda lo spread fuori controllo.

Quando esattamente lo spread sia da ritenersi fuori controllo non è dato saperlo. Le scelte di politica economica, per fortuna, dipendono anche da altri fattori. Tuttavia si tratta di un indice che è bene conoscere e monitorare. Anche e soprattutto perché molto spesso se ne sente parlare a sproposito.

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                                            Dieci anni di spread italiano. Fonte: truenumbers.it

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