Pages Menu
TwitterRssFacebook

DEFINIZIONI

RIFORME

MONITORAGGIO

ATTUALITÀ

Che cos’è il debito pubblico

Il deficit si crea quando in un anno si spende più di quanto si incassa. Il debito è la somma di tutti i deficit annuali

Pressione fiscale

Prelievo fiscale medio sul reddito dei cittadini

Riforma sul patrimonio

Valorizzare immobili e partecipazioni finanziarie e venderne una parte per fare cassa e diminuire il debito pubblico

Riforma sulle partecipate

Ridurre il numero da 8.000 a 1.000. Risparmiare almeno 3 miliardi di sprechi

Derivati: cosa sono e come li usa lo stato

Da strumenti di protezione a strumenti di distruzione. Una bomba ad orologeria con 42 miliardi di perdite

Accise: il bancomat dello stato. E il cittadino paga

Le tasse sulla benzina: per ogni litro di carburante più di 1 euro se li prende lo Stato

Perché dobbiamo stare attenti alla Grecia

Il debito greco con l’Italia è cresciuto del 500% in 5 anni. L’Italia ha prestato 61,2 miliardi di euro

Editoriale IBL – ILVA: l’esperienza non insegna

Un altro salvataggio di Stato con i soldi dei cittadini. E continua l’agonia

Scritto da il set 27, 2017 in Fisco, Lavoro e Imprese, Museo degli orrori, Primo Piano | 0 commenti

La follia del Fisco italiano: guadagnare di più non conviene

La follia del Fisco italiano: guadagnare di più non conviene

Uno studio del Senato svela come per le fasce di reddito medio-basso le aliquote marginali effettive rendano economicamente dannoso qualsiasi aumento di stipendio. E già i sindacati protestano: l’aumento ottenuto dagli statali con lo sblocco dei contratti (dopo “soli” otto anni) rischia di vanificare gli effetti del bonus di 80 euro

Perdere 80 euro per guadagnarne 85. È questo l’assurdo effetto collaterale che rischiano di dover scontare gli impiegati statali interessati dal rinnovo contrattuale, senza un intervento correttivo del ministero della Pubblica Amministrazione guidato da Marianna Madia. Dalla manovra, scrive QuiFinanza , ci si attende almeno un miliardo e duecento milioni di euro per la Pa ma potrebbe non bastare.

A tremare – verbo paradossale dopo otto anni di attesa degli aumenti, ma necessario – sono soprattutto coloro che guadagnano fra i 23mila e i 26mila euro l’anno, tipicamente gli impiegati nel settore delle autonomie locali o della sanità. Che, percependo l’aumento, potrebbero finire negli scaglioni a cui non sono più riconosciuti gli 80 euro stanziati a suo tempo dal governo Renzi.

Il costo dell’operazione per evitare il taglio-beffa del bonus, calcola l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, ndr), sarebbe di almeno 125 milioni. Sebbene dall’Agenzia governativa assicurino che questa somma rappresenti una percentuale “non particolarmente significativa”, i sindacati sono sul piede di guerra. Bonus e aumento non possono escludersi a vicenda, protestano. E hanno ragione, perché il fisco italiano è davvero schizofrenico.

 

Lo studio choc del Senato

A dimostrarlo ulteriormente – casomai ce ne fosse bisogno – una ricerca dal centro analisi del Senato, l’ “Ufficio di valutazione dell’impatto”, a firma di Fernando di Nicola e Melisso Boschi. Lo studio tenta di fare chiarezza nella jungla delle aliquote fiscali, concentrandosi sopratutto su quelle “nascoste”. Perché se la Costituzione all’art. 53 ci ricorda che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, la pratica si discosta non di poco dal dettato della Carta.

Tutti sanno che l’Irpef colpisce il reddito con cinque aliquote calcolate in base ad altrettanti scaglioni di reddito: dal 23% per chi guardagna fino a 15mila euro lordi all’anno fino al 43% di chi ne percepisce più di 75mila. E fin qua nulla di strano.

Se non fosse che accanto a queste aliquote “esplicite” ce ne sono altre cosiddette “implicite”, date da detrazioni e deduzioni, bonus fiscali, assegni familiari, addizionali locali… La somma dei due generi di aliquote determina così l’importo delle aliquote marginali effettive e di conseguenza la parte di reddito che effettivamente percepiremo.  Esse sono state calcolate in numero di tre: una pari a zero per redditi fino a circa 10mila euro; una seconda del 30% per i redditi fino a 28mila euro; una terza intorno al 42% per i redditi superiori a questa cifra.

Ebbene, confrontando l’andamento delle aliquote marginali effettive con quello delle aliquote “esplicite” (quelle, cioè, che tutti siamo abituati a considerare), si scopre qualcosa di inquietante. Le seconde hanno un andamento progressivo, mentre le prime hanno un andamento del tutto incoerente.

L’esempio più eclatante è quello delle addizionali Irpef comunale e regionale, dove si applica un meccanismo simile a quello già visto per aumenti di stipendio dei dipendenti pubblici. Appena si supera la soglia minima di esenzione fra 9mila e 15mila euro, scatta l’addizionale che non si calcola solo sull’incremento ma su tutto il reddito! L’aliquota marginale è così del 100%: per ogni euro in più guadagnato se ne perde un altro.

Un vero e proprio monstre fiscale, che avrà l’inevitabile effetto di spingere sempre più persone verso il lavoro nero per timore di vedere tassati i propri guadagni migliorati.

Un anno fa, questo sito ricordava come l’abbattimento delle tasse fosse la “sana ossessione ” degli italiani: ora è ulteriormente chiaro come la prima cosa da fare per procedere a un sano taglio della pressione fiscale è un riordino generale di questo ginepraio tributario per garantirne, almeno, la progressività.

 

Condividi

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Email
  • RSS
  • Print

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Questo sito utilizza cookie. Continuando la navigazione se ne autorizza l'uso.
Ulteriori informazioni
Ok
Email
Print