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Un altro salvataggio di Stato con i soldi dei cittadini. E continua l’agonia

Scritto da il gen 26, 2017 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Primo Piano | 0 commenti

La Grecia alla fame: quando sospendere la democrazia non paga

La Grecia alla fame: quando sospendere la democrazia non paga

Il primo reportage di Capiredavverolacrisi è un approfondimento da Atene, dove in queste ore si decide se introdurre i nuovi tagli richiesti dall’Fmi. La Grecia è la prova che la sospensione della democrazia imposta dalla Troika – e contro cui anche il battagliero Tsipras non ha potuto quasi nulla – non solo ha tolto sovranità ai Greci ma non ha nemmeno restituito loro ricchezza. Anzi, il Paese è in piena crisi umanitaria

Da Atene

Centosessantasette miliardi di euro. A tanto ammonta la ricchezza persa dal popolo greco dal 2009 ad oggi. A tanto ammonta il prezzo della crisi, secondo un dato fornito da Credit Suisse .

Ma si tratta di un dato freddo, che non restituisce il dramma di milioni di vite devastate. Le vite dei Greci ridotti alla miseria da anni di politiche economiche fallimentari.
Se dal punto di vista finanziario la Repubblica ellenica si è effettivamente lasciata alle spalle i propri giorni più bui, troppo spesso si fa passare sotto silenzio il vero e proprio dramma sociale che vi si sta consumando.
Come aveva ben ricordato Marcello Foa a maggio , il 95% degli oltre duecento miliardi stanziati per sanare il debito greco sono stati usati dalle banche elleniche e dai loro creditori franco-tedeschi. Pochissimo di quei soldi è stato destinato a risollevare l’economia reale del Paese.

Le politiche di austerity imposte prima dalla Troika e accettate giocoforza anche dal governo del barricadero Alexis Tsipras hanno aperto ferite profonde nel corpo della società greca.

La spesa pubblica, un tempo ipertrofica, è stata ridotta quasi della metà: se prima della crisi era pari al 9,9% del Pil, entro il 2014 era già precipitata al 4,7%. La percentuale di popolazione in stato di povertà assoluta, che nel 2009 era del 2%, nel 2015 era salita al 15%.

La disoccupazione è al 23% (fra i giovani dai 15 ai 24 anni è del 44%), ma c’è da temere che i numeri reali siano molto più alti: le statistiche conteggiano come occupato anche chi lavora per tre o quattro giorni al mese. Un quinto della popolazione non ha più accesso a servizi essenziali di base come il riscaldamento o la linea telefonica.

L’EMERGENZA UMANITARIA

Questa situazione drammatica si riverbera in tutta la sua ampiezza nell’emergenza sanitaria, che coinvolge ormai chiunque non possa permettersi le costose cliniche a pagamento.

Dal 2009 ad ora la spesa pubblica per gli investimenti nel settore della sanità è stata ridotta di un terzo, per un taglio totale di oltre cinque miliardi di euro. Negli ospedali di tutto il Paese, dalla capitale Atene alle campagne, mancano i presìdi sanitari di base e spesso ai pazienti è richiesto, al momento del ricovero, di portarsi da casa le coperte o i prodotti disinfettanti.

Immediate e gravissime le conseguenze sullo stato di salute della popolazione: il presidente del sindacato dei lavoratori degli ospedali pubblici, dottor Michalis Ghiannakos, ha avvertito a fine novembre che il 15% dei pazienti ricoverati nei nosocomi di tutta la Grecia è potenzialmente a rischio di contrarre infezioni fatali . Una cifra che è doppia rispetto alla media degli altri Paesi Ue.
Secondo i dati pubblicati in primavera dalla Banca di Grecia, la mortalità infantile è cresciuta dal 2,65% del 2008 al 3,75% del 2014; quella dei depressi dal 3,3% del 2008 al 12,3% del 2013. In aumento anche i bimbi che nascono sottopeso e dei cittadini che soffrono di una patologia cronica.

Per le strade di Atene, dall’inizio della crisi i senzatetto sono più che triplicati: se nel 2010 erano meno di cinquecento, ad oggi sono più di millesettecento. La zona compresa fra piazza Omonoia e il parco Pedion Areos pullula di tossicodipendenti, spacciatori e prostitute di ogni età.

Particolarmente colpiti anche i pensionati: nel 2016 le pensioni sono state tagliate 11 volte e tagliate del 40% e le minime non superano i trecento euro mensili.

TSIPRAS CON LE SPALLE AL MURO: COMANDA L’FMI

Proprio sulla questione delle pensioni si gioca una delle partite più importanti per il futuro prossimo del Paese: il Fondo Monetario internazionale ritiene infatti che senza nuove, durissime, misure su previdenza e soglie di esenzione fiscale gli obiettivi previsti dal piano di salvataggio da 86 miliardi approvato nel luglio 2015 siano irraggiungibili. Malgrado le intenzioni barricadere di Tsipras e la vittoria del No al referendum anti-austerity, il governo greco ha dovuto chinare la testa.

Oggi il primo ministro torna a ripetere che “non verrà approvato un euro in più di tagli rispetto ai patti previsti”. Ma non è lui a detenere il controllo sulle sorti del Paese. E purtroppo non sono nemmeno i Greci, a cui era stato promesso che in cambio della rinuncia a un pezzo (importante) di sovranità avrebbero riguadagnato il benessere perduto. Non hanno ritrovato il secondo e hanno detto addio alla prima.

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