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Scritto da il feb 4, 2018 in Attualità, Museo degli orrori, Primo Piano | 0 commenti

La legislatura che finisce: pochi risultati e zero rappresentatività

La legislatura che finisce: pochi risultati e zero rappresentatività

I partiti di governo vantano risultati mirabolanti nei cinque anni appena trascorsi ma quali sono i risultati concreti? I veri problemi, dal debito all’immigrazione, non sono stati risolti e anche le leggi approvate sono passati a colpi di fiducia e nel totale disprezzo della volontà dell’elettorato

Mancano ormai poche settimane alle elezioni politiche del 4 marzo e per il Parlamento e per il governo uscenti è tempo di bilanci.
Si conclude di una legislatura, la XVII della storia dell’Italia repubblicana, che ad oggi è la più lunga dal 1946 in poi, con una durata di ben 1834 giorni. Durante questi cinque anni si sono succeduti tre governi, che portano i nomi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: tre esponenti (e tre esecutivi) che sono espressione, con la breve parentesi delle larghe intese della prima fase del 2013, di una medesima compagine politica di centro-sinistra.

Legislatura lunga e maggioranza stabile: eppure…

Durata record e stabilità politica: gli elementi per una legislatura produttiva e ricca di risultati ci sarebbero tutti e questo è quello che ci vanno ripetendo gli uomini che in questi anni hanno detenuto il potere, a partire dal premier uscente Paolo Gentiloni. Eppure alla vigilia del rinnovo delle Camere, vediamo che nonostante l’approvazione di diverse riforme – il cui contenuto, come abbiamo già ampiamente argomentato, è spesso discutibile – il bilancio della legislatura che si sta chiudendo non è certo così roseo.

Usciti dalla crisi? I mali storici della nostra economia restano

Questo per due ragioni, di merito e di metodo. Iniziamo dalle seconde: uno dei principali meriti rivendicato dai partiti di governo è quello di aver traghettato il Paese fuori dalla crisi, grazie a politiche economiche e sociali tutte tese a favorire la ripresa e a rilanciare l’economia. Eppure vediamo che – pur in un quadro europeo in cui altri Paesi si sono risollevati in modo molto più rapido e sicuro del nostro – gli indicatori che offrono un minimo di speranza si accompagnano a quelli negativi. E’ vero, l’Italia è uscita dalla recessione e le previsioni del Pil per il 2018 fanno segnare un +1,5%: risultato positivo se comparato al -1,6% di cinque anni fa ma ben poca cosa se raffrontato al tasso di crescita del resto dell’Ue. Positivo anche il dato sul deficit, ridotto dal 2,9% del 2013 all’1,6% in calendario per il 2018.

Poco o nulla è stato fatto, invece, fronte del debito che è salito dal 129% del Pil al 131,6% di quest’anno. Certo, si tratta di un male ereditato dal passato che ormai sembra cronico ma che certo non è stato alleviato dalla nuova iniezione di spesa pubblica con cui i miglioramenti economici sono stati alimentati e che soprattutto Matteo Renzi ha utilizzato a scopi propagandistici. Fra i fattori dell’aumento di spesa si segnalano  gli enormi costi per salvare le banche, l’aumento del 47,5% degli impegni per stimolare l’occupazione il sostanziale fallimento – con l’esclusione dell’abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti – del taglio dei costi della politica e l’astronomico esborso dovuto all’accoglienza dei migranti.

Sull’immigrazione mancato l’appuntamento più importante

Proprio sull’immigrazione si è consumato uno dei fallimenti maggiori che ha accomunato gli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni: al netto delle polemiche sui numeri degli sbarchi e sui costi dell’accoglienza, l’Italia non è riuscita a fare niente per modificare il regolamento di Dublino che la condanna a sobbarcarsi l’onere della gestione di una delle maggiori crisi del nostro tempo. Il tutto mentre il numero degli arrivi raggiungeva livelli da record.

Il Parlamento esautorato dal governo

Certo, si potrà obiettare, sono state varate diverse leggi necessarie, da quella sul Dopo di Noi all’assai travagliata approvazione di una nuova legge elettorale. Eppure anche qui si pone un problema, questa volta di merito. All’indomani dell’approvazione della legge elettorale, OpenPolis ha calcolato che nel corso della XVII legislatura il Parlamento, espressione della sovranità popolare, è stato chiamato a votare la fiducia per ben 108 volte: una cifra che fa salire a oltre il 30% la percentuale delle leggi così approvate.

Se si tiene poi presente che i cambi di casacca in Aula sono stati ben 546 e che alle Camere giacciono ancora oltre cento disegni di legge non approvati, si ha ben l’immagine di un quinquennio in cui, quando non si è dimostrato inefficace, i partiti di governo hanno di fatto esautorato il Parlamento espressione della volontà popolare, prima con le larghe intese e poi con rimpasti e consultazioni che, come in occasione dell’avvicendamento a Palazzo Chigi fra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, hanno dimostrato di rispettare ben poco la volontà politica del corpo elettorale.

Per la legislatura che si apre non possiamo che augurarci che le cose siano molto, molto diverse.

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