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Scritto da il dic 29, 2016 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Primo Piano, Senza categoria | 1 comment

La rischiosa scommessa del Brasile: spesa pubblica congelata per vent’anni

La rischiosa scommessa del Brasile: spesa pubblica congelata per vent’anni

Con un voto parlamentare il Brasile inserisce in Costituzione il congelamento della spesa per i prossimi vent’anni. Una risposta alla politica dei bonus dei governi socialisti ma anche un tentativo di allontanare lo spettro della recessione. La nuova legge, osteggiata dalla Chiesa e dalle masse popolari, rappresenta una misura eccezionale dettata da interessi politici che rischia di avere conseguenze imprevedibli

Il Senato del Brasile ha votato settimana scorsa un provvedimento destinato a far discutere per parecchio tempo: il congelamento della spesa pubblica per vent’anni.

Il Paese sudamericano inserirà in costituzione un vincolo per cui nei prossimi vent’anni la spesa non potrà crescere più di quanto abbia fatto l’inflazione nei dodici mesi precedenti. Così facendo lo Stato potrà spendere in beni e servizi solo attraverso il recupero dell’inflazione. Nelle intenzioni del governo di Brasilia il provvedimento dovrebbe attirare nuovi investimenti e correggere un deficit di bilancio che assume dimensioni sempre più preoccupanti, allontanando lo spettro della recessione.

In Brasile, ricorda Alberto Mingardi su La Stampa , il debito pubblico brasiliano vale “appena” il 67,5% del Pil ma potrebbe presto sfondare quota 80%. Nel 2013 si fermava al 51,7% del Pil. La spesa pubblica invece rappresenta circa il 40% del Pil ed è in costante ascesa negli ultimi anni.

grafico

Come emerge dai dati pubblicati dall’Istituto brasiliano di statistica, la government spending di Brasilia è cresciuta senza sosta durante gli anni dei socialisti Silva e Rousseff  . Basti pensare che solo dal 2008 al 2015 la spesa è aumentata del 51% al di sopra dell’inflazione, a fronte di una crescita delle entrate del 14,5%. Una discrepanza evidente.

La proposta di legge, fortemente voluta dal nuovo presidente Michel Temer, è passata fra le proteste popolari dei brasiliani, furibondi per i tagli nei settori chiave di istruzione, sanità ed edilizia pubblica. Con le nuove norme, per il 2017 il 18% delle entrate delle tasse saranno destinate all’istruzione, mentre il 15% verrà destinato alla sanità: il minimo consentito per legge.

Contro il tetto alla spesa si sono immediatamente schierate sia la Chiesa Cattolica che le Nazioni unite, preoccupate per le ricadute sociali della nuova misura.

“L’emendamento costituzionale che limita la spesa pubblica è ingiusto e selettivo – ha protestato la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile – Saranno i poveri e i lavoratori a pagare il contenimento della spesa.” Gli episcopati brasiliani chiedono invece che la lotta alla crescita del debito venga perseguita piuttosto attraverso l’imposizione sui grandi patrimoni e un audit del debito pubblico.

Secondo lo Special Rapporteur sulla povertà e i diritti umani delle Nazioni Unite, Philip Alston, i congelamento della spesa per i prossimi due decenni potrebbe rappresentare una violazione dei diritti umani, soprattutto alla luce del fatto che il governo Temer non si sia mai presentato agli elettori con un programma da sottoporre ai cittadini brasiliani, ma sia entrato in carica dopo la procedura di impeachment verso l’ex presidente Dilma Rousseff. Il timore è che la nuova misura possa produrre forti disparità e tensioni sociali.

Certo, il governo Temer è entrato in carica senza passare per le urne. Ma la popolarità di Lula e Rousseff è stata alta per anni proprio grazie a un aumento dissennato della spesa pubblica, troppo spesso utilizzata indiscriminatamente come ammortizzatore sociale – nonché come proficuo investimento elettorale.

E le tensioni sociali non sono state certo neutralizzate, ma solo affiancate da un sistema clientelare di corruzione che ha permeato ogni livello della società.

Per questo, ricorda Mingardi, la proposta va presa sul serio, magari assumendola a modello anche per l’Italia, ipotizzando un tetto alla spesa ad esempio del 45% del Pil: “Con un tetto alla spesa, la discussione sarebbe più trasparente: si concentrerebbe come impiegare una quota definita, pur non piccola, del reddito nazionale.”Con la metà del prodotto destianto alla spesa, come si potrebbe ancora sostenere che la politica è “impotente”?

Se l’obiettivo di mettere un freno alla spesa improduttiva è certo un obiettivo lodevole, il taglio orizzontale della spesa tout court rischia di avere conseguenze difficilmente prevedibili. In molti, anche al di fuori del perimetro dell’opposizione politica a Temer, fanno notare come la misura, sicuramente dettata anche da logiche politiche, rappresenti una misura sensazionale che sarà molto difficile implementare integralmente.

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1 Commento

  1. L’uomo è istintivamente opportunista. La massa segue le promesse accattivanti e salvifiche degli imbonitori di turno. Non si chiede razionalmente se le promesse poggino su basi reali raggungibili. Ama immaginare lo Stato come cornucopia a cui hanno accesso solo alcuni. È il sistema della rappresentanza politica, ora chiamato Democrazia che va profondamente cambiato. All’elettore si deve rendere diretto l’impatto delle conseguenze dell’azione politica.

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