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Scritto da il gen 29, 2019 in Attualità, Primo Piano | 0 commenti

La sinistra processa Salvini ma nel 2017 voleva chiudere i porti

La sinistra processa Salvini ma nel 2017 voleva chiudere i porti

Se il Senato vota l’autorizzazione a procedere, Salvini rischia di finire davvero a processo. La Lega insiste che quella di chiudere i porti è una scelta politica insindacabile. Per il Pd è una violazione dei diritti umani: ma nel 2017 la sinistra voleva chiudere i porti (e nel 1997 con gli albanesi lo fece davvero)

 

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è attualmente indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Le contestazioni che gli vengono mosse dal Tribunale dei ministri di Catania sono relative al caso della nave Diciotti. Ma vediamo più nel dettaglio quali sono i fatti per cui è accusato Salvini, chi e perché lo vuole processare cosa rischia e quali sono le sue chances di evitare una condanna.

 

 

I FATTI

Il 20 agosto 2018 nel porto di Catania è entrato il pattugliatore d’altura della Guardia Costiera “U. Diciotti”, con a bordo 177 migranti soccorsi in mare al largo di Lampedusa. Una volta entrati in rada, però, dal Viminale è giunto l’ordine di Salvini di vietare lo sbarco di anche un solo migrante. L’obiettivo del ministro dell’Interno era – ed è – di costringere gli altri Paesi della Ue a dividere con l’Italia l’onere dell’accoglienza. Per questo ha lanciato l’hashtag #portichiusi. Dopo un braccio di ferro politico e mediatico, nella notte fra il 25 e il 26 agosto tutti i migranti della Diciotti hanno potuto scendere a terra.

 

CHI VUOLE PROCESSARE SALVINI

Nel frattempo, però, la ferma opposizione di Salvini al loro sbarco ha provocato anche l’apertura di diverse indagini giudiziarie. A mettere sotto inchiesta il ministro è stato inizialmente il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ma successivamente il fascicolo è passato alla procura di Palermo e quindi a quella di Catania. Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che già in passato si era più volte espresso contro le attività delle ong che cercano e salvano i migranti in mare portandoli poi verso i porti italiani, ha chiesto che l’inchiesta contro Salvini venisse archiviata. La sua richiesta è stata però rigettata e anzi il 24 gennaio il tribunale dei ministri di Catania ha richiesto l’autorizzazione a procedere in giudizio contro il ministero dell’Interno. Poiché Salvini è stato eletto senatore, tuttavia, ora occorre il parere favorevole della giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, presieduta da Maurizio Gasparri di Forza Italia.

 

COSA RISCHIA IL MINISTRO

Per le accuse di cui potrebbe venire chiamato a rispondere di fronte a un giudice Salvini rischia una condanna da tre a 15 anni di reclusione in carcere. Ma un ministro dell’Interno può essere chiamato a rispondere delle proprie azioni e delle proprie decisioni prese nell’esercizio delle proprie funzioni? Vediamo cosa dice la Costituzione: la Carta, all’articolo 95, recita che “i ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri e singolarmente degli atti dei rispettivi dicasteri”. Il governo è politicamente responsabile di fronte al Parlamento, che può sfiduciarlo in qualsiasi momento. Dal punto di vista penale, però, occorre distinguere fra i reati comuni, giudicati dalla magistratura ordinaria (ad esempio se un membro del governo dovesse accoltellarne un altro) e reati cosiddetti “ministeriali”, commessi cioè a causa dell’esercizio delle funzioni ministeriali e abusando del proprio potere di ministro (ad esempio la corruzione di un altro funzionario pubblico). I reati “ministeriali” vengono giudicati dalla magistratura ordinaria dopo il rinvio a giudizio deciso dal Tribunale dei ministri e previa autorizzazione della Camera di appartenenza. La questione è quindi interamente politica: il Senato è chiamato a decidere se la decisione di Salvini di non fare sbarcare i migranti dalla nave Diciotti è stato un atto politico, un gesto volto alla realizzazione di una strategia politica (fare pressione sull’Europa perché accetti di dividere l’onere dell’accoglienza fra gli Stati membri) oppure un arbitrio ingiustificabile che ha leso i diritti umani dei migranti. Le cose, però, sono ulteriormente complicate. In Parlamento risulta decisivo il voto dei senatori del MoVimento 5 Stelle, esponenti di un partito che si è sempre battuto contro ogni tipo di immunità. Votando contro l’autorizzazione a procedere, temono di perdere la faccia di fronte al proprio elettorato.

 

E SALVINI CHE CHANCE HA DI CAVARSELA?

Paradossalmente, per il titolare del Viminale potrebbe trattarsi di una situazione win-win, da cui uscirebbe comunque vincitore. Se il Senato, com’è forse più probabile, votasse contro l’autorizzazione a procedere, eviterebbe un processo dalle molte incognite e potrebbe dire di avere mantenuto la linea della fermezza contro gli sbarchi. Se invece i senatori dovessero votare per il rinvio a giudizio, potrebbe sottoporsi al verdetto della magistratura come un politico che è pronto a tutto pur di ottenere i risultati promessi agli elettori in campagna elettorale, traendone enorme vantaggio in termine di consenso. Da più parti, infatti, a Salvini viene consigliato di accettare il processo rinunciando all’immunità parlamentare.

 

NEL 2017 ANCHE IL PD VOLEVA CHIUDERE I PORTI

Il punto è dunque politico. A Salvini viene rimproverata la decisione di mantenere chiusi i porti perché l’Italia, a suo dire, avrebbe già fatto ampiamente la sua parte in termini di accoglienza. E molti di coloro che lo criticano militano nelle file del Pd. Eppure meno di due anni fa, nell’estate del 2017, fu proprio il Pd che – sia pure con un vivace dibattito interno – paventò la chiusura dei porti italiani alle navi dei migranti. “Il peso dell’accoglienza – sottolineavano all’Ansa fonti di governo - non può gravare solo sull’Italia, è insostenibile che tutte le imbarcazioni facciano rotta da noi”. Allora non se ne fece niente, ma dopo 12 mesi, cambiato il governo, quella promessa fu realizzata dalla Lega e da Salvini. Contro cui, oggi, si scagliano probabilmente, anche molti di quelli che allora i porti li volevano chiudere per davvero. E c’è di più: nel 1997 il governo di centrosinistra di Romano Prodi, con Giorgio Napolitano, attuò un vero e proprio blocco navale per fermare l’ondata migratoria dall’Albania. Un’operazione controversa, criticata dalle Nazioni Unite, che venne macchiata anche da una tragedia: il 28 marzo di quell’anno la corvetta “Sibilla” della Marina Militare italiana speronò una motovedetta albanese carica di donne e bambini, la Kater i Rades, che in breve si rovesciò ed affondò. Nel naufragio morirono 81 persone.

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