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Scritto da il ott 10, 2017 in Attualità, Lavoro e Imprese, Primo Piano | 0 commenti

La strage silenziosa degli imprenditori suicidi

La strage silenziosa degli imprenditori suicidi

Nonostante il governo continui a ripeterci che la ripresa è dietro l’angolo e anzi è ormai arrivata a risollevare le sorti finanziarie ed economiche del Paese, dal 2012 al 2016 i suicidi fra gli imprenditori sono aumentati del 65%. L’Istat non raccoglie nemmeno più i dati e questo fenomeno inquietante rischia di essere derubricato a triste caso di cronaca. Ma in alcune regioni, specialmente nel Nord-Est, è una vera e propria piaga sociale.

William Ceci aveva 37 anni e faceva l’imprenditore. Il 21 settembre scorso lo hanno trovato impiccato ad una scala all’interno della propria ditta a Pineto in provincia di Teramo. Alla base del gesto, secondo le prime ricostruzioni, ci sarebbero presunti motivi economici.
Il 3 settembre era stata la volta di Roberto Dian, 50 anni, di Treviso, imprenditore nel settore del mobile. Il giorno dopo si è tolto la vita un altro cinquantenne a Fano, affermato nell’ambito dei prodotti per l’edilizia e per l’arredo bagno.
Un mese prima, a Umbertide, in provincia di Perugia, un uomo di 61 anni si è suicidato in azienda, disperato perché non poteva più pagare gli stipendi ai propri operai.

Sono solo gli ultimi casi di una lunghissima catena di suicidi economici che nel tempo hanno insanguinato le cronache della provincia italiane. Storie oscure, spesso passate sotto silenzio, che dopo mesi rischiano di esser liquidate con qualche riga di giornale nelle pagine interne. Storie che però nascondono altrettanti drammi.

Uomini e donne che per scelta di vita sono abituati a rischiare del proprio, dando da mangiare spesso anche a centinaia di famiglie. E che a volte finiscono per pagare questo impegno con la vita, strangolati dalla crisi, dalle tasse, dai crediti cumulati verso la Pubblica amministrazione e mai incassati.
Una strage silenziosa di cui, colpevolmente, si è smesso di parlare.

Eppure i dati, a ben vedere, non consentono grande ottimismo. Secondo l’osservatorio “suicidi per motivazioni economiche” della Link Campus University , dal 2012 al 2016 in Italia ci sono stati 775 suicidi per motivazioni economiche e 500 tentativi. Di questi, il 43,4% è stato fra imprenditori e il 40,4% fra disoccupati. Come si vede dunque la maggioranza di chi si toglie la vita per motivi economici fa impresa.

una
Fonte: Link Lab – laboratorio di ricerca sociale
Il 34,8% dei suicidi ha fra i 45 e i 54 anni; il 24,9% fra i 55 e i 64 anni, il 20.9% fra i 35 e i 44 anni. Un fenomeno che dunque si estende soprattutto fra gli imprenditori di mezza età, con una famiglia, magari numerosa, a cui badare, ma che non risparmia anche gli ultracinquantenni e, in misura minore, gli under 44.

Due

Da rilevare che l’ISTAT non pubblica più dati sui suicidi per motivazioni economiche dal 2012, quando il conto fu di 187 suicidi e di 245 tentati. Da allora, i dati di Link University Campus in materia si sono rivelati particolarmente preziosi: escludendo il 2017, per cui ovviamente non sono ancora disponibili i dati annuali, si può osservare come il picco dei suicidi si sia registrato nel 2014, quando furono in 201 a togliersi la vita per motivazioni economiche. Da allora il dato è calato fino ai 147 del 2016, ma nel complesso la variazione rispetto al 2012 fa segnare uno spaventoso +65,2%: una cifra che fa impallidire considerando che cinque anni fa la crisi infuriava ormai da quasi un lustro.
Geograficamente il 25,5% dei casi è stato registrato nel Nord-est, il 23% al Sud, il 21,4% nel Centro, il 19,2% nel Nord-ovest e il 10,7% nelle isole. Nel complesso, dunque, il nord domina questa triste classifica. Le prime Regioni sono Veneto (17,3%), dove l’aumento dei suicidi è una vera e propria piaga sociale, Campania (12,6%) e Lombardia 9,4%.

Tre
Il triste primato del Nord-Est ha spinto ad intervenire anche l’assessore al Lavoro di Regione Veneto, Elena Donazzan, che appena lo scorso 5 settembre ha annunciato l’intenzione di un intervento ad hoc dopo il caso delle banche venete – che, inevitabilmente, ha ripercussioni sugli imprenditori che beneficiavano dei loro finanziamenti  . L’assessore ha manifestato l’auspicio che la finanziaria regionale Veneto sviluppo possa diventare socio di intesa nell’acquisizione e nella gestione delle attività delle due banche, “come partner operativo, finanziario e di governo, con la Regione a dare il mandato preciso di sostenere e salvaguardare le nostre imprese.”
Un barlume di speranza in un quadro altrimenti desolante.

 

 

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