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Scritto da il mag 2, 2018 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Fisco, Primo Piano | 0 commenti

L’allarme arriva dal Def: l’aumento dell’Iva è alle porte

L’allarme arriva dal Def: l’aumento dell’Iva è alle porte

Il Def più tecnico degli ultimi anni dà al prossimo governo un’indicazione chiarissima. Quale che sia il colore della maggioranza dell’esecutivo che verrà, la manovra di ottobre avrà al proprio centro un unico, essenziale, obiettivo: evitare l’aumento dell’Iva, che potrebbe costar qualche decimale di crescita. E la medicina rischia di essere amarissima: un nuovo, pesante, intervento a deficit

 

 

C’è una spada di Damocle che pende sul collo dei conti pubblici italiani, lievemente in ripresa eppure gravati da problemi antichi e moderni.

Lo si legge fra le righe del Def, il Documento di Economia e Finanza passato al vaglio del governo dopo essere stato elaborato, tra marzo e aprile, dai tecnici del dicastero di Piercarlo Padoan.

Da giorni si è sentito ripetere che si tratta di un documento “tecnico”, tutto teso a lasciare le scelte di indirizzo in materia di politica economica, come è giusto che sia, al prossimo esecutivo.

Eppure, a ben leggere, alcune indicazioni interessanti ci sono. E non sono così rassicuranti come speravano i più ottimisti.

Come anticipato da Marco Rogari e Gianni Trovati sul Sole 24Ore, bisogna innanzitutto notare che le previsioni di crescita dell’1,6% per l’anno in corso sono state messe in dubbio ed è stata avanzata l’ipotesi di dover limare questa percentuale di un ulteriore 0,1%. Nel 2019 e nel 2020 si prevede di scendere ancora al 1,4% e 1,3%.

 

L’INCUBO DELL’AUMENTO DELL’IVA: 30 MILIARDI IN DUE ANNI

Per questo l’obiettivo della prossima maggioranza di governo, qualunque ne sia il colore politico, è chiaro e imperativo: impedire gli aumenti dell’Iva, pena il taglio di qualche decimale nelle percentuali di crescita del Paese. Mica poco. Senza misure alternative, le aliquote passeranno dal 22% al 24,2% nel 2019 e al 24.9% nel 2020 per l’aliquota ordinaria e dal 10% al 12% (2019) e al 13% (per il 2020) per quella intermedia. In totale, sarebbero 12,4 miliardi di imposte in più per il prossimo anno e ben 19,1 miliardi per quello successivo.

 

LA SOLUZIONE? SEMPRE IL DEFICIT

Per trovare i miliardi necessari ad evitare questo bagno di sangue, la soluzione più facile sarebbe ricorrere ancora una volta al serbatoio (artificiale) del deficit, unica alternativa a un deciso taglio alla spesa o alla ricerca di nuove fonti di denari per le casse pubbliche. Certo, mettere nuovamente mano al deficit potrebbe non trovare il parere favorevole dell’Unione Europea. A Bruxelles in molti sono convinti che l’Italia abbia ricevuto la sua buona dose di flessibilità, peraltro in gran parte legata a contingenze che difficilmente potrebbero ripresentarsi, come l’emergenza terremoto e la crisi degli sbarchi.

 

LA ZAVORRA DEL DEBITO CHE NON SCENDE

Nuovi interventi a deficit per scongiurare gli aumenti dell’imposta sul valore aggiunto potrebbero essere a rischio sopratutto se la lotta per l’abbattimento del debito – vero punto dolente della bilancia pubblica italiana – non dovesse dare risultati soddisfacenti. Ed è proprio questo uno dei punti critici: il debito, nonostante gli sforzi del governo, resta stabile sopra il 130% del Pil, anche a causa di provvedimenti extra-ordinari come le varie misure salva-banche.

 

LE CONGIUNTURE INTERNAZIONALI

Ed è proprio nel raffronto col resto d’Europa che restituisce uno dei quadri più inquietanti: l’Italia non solo è regina nella classifica del debito pubblico ma è anche il Paese che cresce di meno.

Un quadro non roseo che peraltro non tiene conto né delle conseguenze che potrebbero derivare dallo scoppio di una guerra dei dazi, che colpirebbe un Paese esportatore come il nostro né del fatto che i buoni risultati degli scorsi anni sono stati dovuti in parte anche agli effetti del quantitative easing,  ora terminati.

In un periodo che per le economie europee è stato di ripresa, il dollaro torna a salire e si profila timori per un rallentamento dell’area euro, indebolita anche da fattori geopolitici di natura non solamente economica. E l’Italia rischia di trovarsi alla vigilia di una nuova crisi in una posizione di debolezza.

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