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Scritto da il nov 17, 2014 in Attualità, Primo Piano | 0 commenti

Le domande che i media non si fanno

Le domande che i media non si fanno

Le domande che i media non si fanno: questo è il titolo di un articolo del Corriere del Ticino (www.cdt.ch) in cui si è parlato della la denuncia della giornalista Sharyl Attkisson, per vent’anni reporter investigativa della CBS, costretta ad andarsene per essere troppo poco liberal e troppo critica verso l’amministrazione Obama.

Secondo Sharyl Attkisson gli americani sono condizionati dai media, che svolgono un’informazione benevola nei confronti dei poteri forti;  la sua convinzione è che vi sia una compiacente e tacita accettazione, anche fra i membri del Congresso, verso un Governo che invade la privacy leggendo le mail e ascoltando le intercettazioni telefoniche. Questa in sintesi l’apertura di un altro articolo-inchiesta del Corriere del Ticino (www.cdt.ch) dal titolo Troppe bocche cucite sugli errori di Obama.

Il tema è quello dell’indipendenza dei media dal potere e dai condizionamenti degli spin doctor; riportiamo di seguito un articolo dal titolo Come ti condiziono la stampa: la denuncia che scuote l’America pubblicato da Marcello Foa nel suo Blog.

C’era una volta la stampa americana. E in parte esiste ancora, ma soprattutto nei film di Hollywood che continuano ad esaltare il coraggio delle grandi testate o di singoli giornalisti con toni romantici e a volte epici. Che fanno cassetta, ma non rispecchiano la realtà. Dai tempi del Watergate i media americani hanno visto erodere buona parte della propria credibilità, sotto i colpi di una serie di inefficienze e talvolta di scandali. Dai giornalisti pluripremiati che inventavano storie di sana pianta, all’incapacità cronica e talvolta compiacente di contrastare le tecniche degli spin doctor per orientare i media, l’elenco è lungo e tutt’altro che lusinghiero.

Ora la Attkisson, grande della star Cbs, lancia un j’accuse pesante nel suo ultimo libro “Stonewall“. In parte non sorprendente: che la maggior parte dei giornalisti americani siano liberal ovvero di sinistra e che riservino a Obama un atteggiamento privilegiato, fazioso quasi fino al servilismo, era già stato denunciato da alcuni studiosi.

Dove invece la Attkisson squarcia davvero un velo è sulla parte invisibile della gestione dei grandi media americani, sulle connessioni invisibili con l’establishment. Secondo la Attkisson, la decisioni su cosa pubblicare e cosa no, vengono prese da una ristretta cerchia di dirigenti di New York, legati all’establishment che ragiona e decide secondo criteri imperscrutabili e prevaricatori. « Ci chiedono di creare una realtà che coincida con quello che fa comodo credere a loro », denuncia la star della Cbs. E chi non si adegua, chi si ostina a fare il proprio lavoro di inchiesta liberamente, interpretando il ruolo di cane da guardia, viene emarginato, intimidito, escluso.

E’ quel che è successo alla Attkisson non appena ha toccato temi sgraditi alla Casa Bianca. Messa subito all’indice, con corollari inaccettabili in democrazia , come il sistematico e impunito hackeraggio del suo computer da parte dei servizi segreti. Roba da Unione Sovietica, non da libera America.

Il quadro che emerge è quella di un mondo mediatico che tende ad assecondare le volontà dell’establishment anziché monitorarlo e sfidarlo. Il potere delle lobby è quasi assoluto eppure quasi mai descritto e men che meno denunciato dalla stampa. Le reti che contano a Washington non sono mai rivelate, certi temi scomodi e davvero importanti per la società Usa al più sfiorati, la ricostruzione dei grandi fatti della politica internazionale sempre monocromatca e conformista. Le penne che non si adeguano vivono sul web ma non trovano spazio in tv o sulle grandi testate. La Attkisson non è sola. Il più grande giornalista d’inchiesta, Seymour Hersch, da tempo, non a caso, è fuori dal giro dei giornaloni. Opinionisti di calibro ma fuori dagli schemi come Paul Craig Roberts, ex assistente di Reagan, vengono marginalizzati.

L’impressione è che i mali della stampa si inseriscano in un contesto più ampio, nel quale la comunicazione è usata sempre più a fini strategici, con modalità opache. Oggi sappiamo che le rivoluzioni democratiche in Egitto, Tunisia e Libia sono state in realtà generosamente ispirate da Washington, così come la rivolta di Piazza Maidan a Kiev, dove, pur di sottrarre l’Ucraina all’influenza russa, l’Occidente ha sdoganato gruppi paramilitari neonazisti. Cinismo della politica internazionale, certo; ma oggi le guerre si combattono non solo con le armi, anche, talvolta soprattutto, usando tecniche asimmetriche come l’influenza mediatica.

Singolari, ad esempio, sono gli scoop del Consorzio internazionale del giornalismo, che l’anno scorso ha attaccato le piazze offshore e la scorsa settimana ha svelato le pratiche fiscali in Lussemburgo, in entrambi i casi avendo accesso a una mole impressionante di documenti riservatissimi, di cui il Consorzio, ovviamente, non rivela la fonte. Chi può aver violato così massicciamente la riservatezza di grandi gruppi o di archivi di Stato? Non certo un manipolo di volenterosi cronisti… Qualcuno ovviamente li ha imbeccati fornendo file solitamente inaccessibili. Sottratti da chi ? A quali fini ? E perché ora ? Queste sono le domande che la stampa libera dovrebbe porsi, ma che in realtà non formula mai. Semmai fa da cassa di risonanza, con effetti pervasivi, sovente devastanti e la Svizzera lo sa bene. La pressione mediatica è stata decisiva per indurre Berna alla resa sul segreto bancario, benché le premesse giuridiche fossero infondate, come è stato dimostrato dall’assoluzione del banchiere Weil.

Ma questi sono i metodi che vengono usati per vincere le guerre invisibili. E che pochi gionalisti capiscono e ancor meno denunciano.

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