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Scritto da il dic 5, 2018 in Attualità, Banche, Primo Piano | 0 commenti

Lega e M5s smontano la riforma Renzi delle Banche di credito cooperativo

Lega e M5s smontano la riforma Renzi delle Banche di credito cooperativo

Il sistema delle Banche di Credito cooperativo, interlocutrici naturali delle pmi, rischia di venire stravolto dalla riforma voluta da Renzi nel 2016 e sul punto di entrare in vigore. Ma con alcuni emendamenti al Decreto fiscale Lega e Cinque Stelle smontano la riforma del Pd e tentano di tornare a un “sovranismo bancario” che consenta la sopravvivenza e la crescita di banche legate al territorio, abolendo l’obbligo di costituirsi in grandi Spa scalabili.

Tanto si è detto – anche in questo sito - sulla crisi del grande sistema bancario italiano e sulle responsabilità dei passati governi. Meno è stato invece scritto di un settore altrettanto importante per il settore creditizio del nostro Paese: quello delle Banche di credito cooperativo.

Nel 2016 il governo Renzi ha modificato la disciplina di questi istituti con una riforma che ne stravolgeva l’impianto fondamentale. Oggi la Lega e il MoVimento 5 Stelle lavorano alacremente a fermare quella rivoluzione – e in parte sono già riusciti ad arginare la riforma renziana. 

Diamo innanzitutto alcuni numeri: le Bcc rappresentano l’8% dell’intero settore bancario italiano e sono un punto di riferimento soprattutto per le piccole e medie imprese, a cui le accomuna un forte legame con il territorio.

Oltre 1,3 milioni di italiani sono soci cooperativa di una o più Bcc; il capitale detenuto complessivamente dai soci è di 1,4 miliardi di euro mentre i depositi sono molto di più.

COSA PREVEDE LA RIFORMA RENZI DELLE BCC?

La riforma voluta dal governo Renzi della Banche di credito cooperativo con la legge 49/2016 prevede che entro 90 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento le Bcc dovranno aderire a un gruppo bancario cooperativo, con una capogruppo che sia una Società per azioni da parte di almeno un miliardo di euro, con poteri di direzione e di controllo.

Per chi non aderisce alla capogruppo è prevista la perdita della licenza bancaria. In pratica l’alternativa al nuovo asset sarebbe la liquidazione.

Oltre agli aspetti tecnici sul cambio di natura e di mission di centinaia di istituti di credito, vi è anche un tema che potremmo dire “democratico”. Chi vota “no”, in assemblea, al cambio di statuto, di fatto condanna la propria banca a chiudere. Si tratta pertanto di un voto fortemente condizionato, orientato fin dal principio.

QUALI SONO I RISCHI DELLA RIFORMA?

In molti, soprattutto fra i banchieri, i dipendenti e i soci delle Bcc temono che l’identità di questi istituti possa venire snaturata completamente.

Le Bcc tradizionalmente sono infatti, per storia, le “banche del territorio”, legate ai clienti e alle imprese di una determinata regione anche piuttosto piccola. Il pericolo, con la riforma voluta da Renzi, è che siano trasformate in tante filiali di un’unica super-banca guidata con modalità e da interessi tipici delle grandi banche commerciali. Aumenterebbe il rischio di pressioni commerciali e di interferenze da parte degli speculatori in borsa.

Inoltre con la riduzione del numero di banche è concreto il rischio di esuberi di personale, come anche – fatto se possibile ancora più grave – la possibilità di una stretta nell’erogazione del credito alle Pmi.

Per tutti questi motivi è essenziale che i soci siano informati del cambiamento che li attende nel modo più trasparente possibile.

COSÍ LEGA E M5S SMANTELLANO LA RIFORMA RENZI

Di fronte a questo colpo di mano che porterebbe decine e decine di Bcc sotto l’egida di due grandi gruppi di credito cooperativo (la romana Iccrea o con la Cassa Centrale Banca trentina, più la Raiffeisen legata alla provincia autonoma di Bolzano), i partiti di governo sono intervenuti con decisione. 

L’intervento per cancellare la riforma Renzi è stato strutturato in due momenti diversi: dapprima si è prorogato a 180 giorni il termine per l’adesione delle Bcc al contratto di coesione, concedendo quindi tre mesi in più agli istituti di credito.

Quindi sono state fissate nuove soglie per aderire alle holding, così alte che attualmente nessuna banca di Credito cooperativo vi ricade. Si tratta di una mossa in extremis, poiché arriva proprio quando molte Bcc hanno già aderito ai gruppi o stanno per farlo.

Il colpo di spugna sulla nuova architettura del credito cooperativo voluta dall’ex governo di centrosinistra è stato realizzato con alcuni emendamenti al decreto fiscale presentati in Parlamento dalla Lega, ma sostenuti apertamente anche dal MoVimento 5 Stelle.

Con lo stop alla riforma si torna verso un modello parcellizzato, che è stato anche definito di “sovranismo bancario”, in cui a ogni territorio resta la propria banca locale. 

Esultano le Pmi, che vedono conservati i vecchi equilibri e garantite le linee di credito tradizionali. Esulta soprattutto la Lega, che da sempre spinge per rafforzare l’erogazione del credito a imprese e cittadini in modo molto diretto.

Certo, la riforma Renzi riduceva in una qualche misura i rischi finanziari ma al contempo esponeva le Bcc alle volatilità del mercato. Tanto che i liberisti del Fondo Monetario internazionale ammoniscono: l’Italia non deve congelare la situazione per mantenere lo status quo.

Resta solo aperto un piccolo giallo sul cosiddetto “scudo anti-spread“, che dovrebbe mettere le Bcc al riparo dalle oscillazioni del differenziale fra titoli di Stato tedeschi e italiani. In un primo momento annunciata dal governo, la misura è stata poi stralciata dal dl fiscale. Nei giorni scorsi, però, il ministro M5s per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro è tornato a parlarne come di un provvedimento di prossima adozione.

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