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Scritto da il lug 18, 2017 in Debito e spesa pubblica, Lavoro e Imprese, Primo Piano | 0 commenti

L’Italia non è un Paese per giovani: siamo ultimi nella classifica Ue dei Neet

L’Italia non è un Paese per giovani: siamo ultimi nella classifica Ue dei Neet

L’Italia è al quinto posto nell’Ue nella classifica della disoccupazione generale, ma sale al terzo se si considerano i disoccupati fra i 15 e i 24 anni. E schizza addirittura al primo nella graduatoria dei giovani che non hanno un lavoro né vogliono cercarlo. Ma guarda caso i giovani sono la fascia di popolazione meno pesante quando si tratta di andare alle urne…

Che i più giovani non rappresentassero la fascia di cittadini più amata dai nostri governanti lo avevamo già capito e lo avevamo già scritto.
Ma ora, a confermare quello che sembra un dato ormai ben assodato, arrivano anche i numeri della Commissione Europea.
Secondo il Rapporto 2017 sull’occupazione e gli sviluppi sociali dei ventotto Paesi membri, in Italia l’impiego giovanile resta il fanalino di coda.
Già guardando al tasso di occupati fra la popolazione compresa fra i 20 e i 64 anni non c’è di che sorridere: in Italia lavora appena il 61,6%. Meglio solo di Croazia (61,4%) e Grecia (56,2%), quando la media Ue è di quasi dieci punti superiore (71,1%)
Ma il dato diventa particolarmente negativo per i giovani se si guarda al numero dei disoccupati: si pensi infatti che mentre il tasso di disoccupazione generale vede l’Italia al quinto posto (11,7%) – dietro a Cipro (13,1%), Croazia (13,3%), Spagna (19,6%) e Grecia (23,6%) – se spostiamo lo sguardo alla classifica dei disoccupati fra i 15 e i 24 anni il nostro Paese sale al terzo posto (37,8%), dietro a Spagna (44,4%) e Grecia (47,3%).

 

DisGen

(fonte: Employment and Social Developments in Europe Annual Review 2017, pag. 257)

 

DisGiov

(fonte: Employment and Social Developments in Europe Annual Review 2017, pag. 258)

 

ll quadro diventa se possibile ancor più fosco se si considera che l’Italia, nonostante un parziale miglioramento rispetto agli anni precedenti, detiene il record per la percentuale di giovani fra i 15 e i 24 anni che non hanno lavoro né ne cercano uno (i cosiddetti neet, ndr): il 19,9%, contro una media Ue dell’11,5%.

neet
(fonte: Employment and Social Developments in Europe Annual Review 2017, pag. 261)

Secondo il direttore della fondazione Adapt Francesco Seghezzi, intervenuto a Focus Economia su Radio24 , in questa situazione assume un certo rilievo l’incidenza del lavoro nero, come suggerirebbero le statistiche sugli (alti) tassi di abbandono della scuola secondaria. Una fetta di giovani italiani, senza arrivare nemmeno alla maturità, si darebbe al lavoro poco qualificato e irregolare, gonfiando le statistiche dei neet. Giovani che di lavoro non ne trovano e che in molti casi non confidano nemmeno più nella possibilità di trovarne uno regolare, preferendo affidarsi a quelli in nero.

D’altronde, emerge sempre dal report della Commissione, anche chi riesce a trovare lavoro spesso si trova vincolato a contratti atipici (il 15% di chi ha fra i 25 e i 39 anni, contro una media del 5% del Regno Unito, tanto per citare una delle mete favorite dai nostri emigranti) e prima dei 30 anni guadagna in media meno del 60% di un ultrasessantenne.

I giovani italiani sono dunque profondamente sfiduciati. D’altronde sarebbe difficile immaginare il contrario se si pensa, come ha recentemente sottilineato Samuele Cafasso in un approfondimento scritto sul tema per Pagina 99 che anche senza contare le pensioni, ben il 65% della spesa sociale va a chi ha più di quarant’anni. I giovani non sono quindi – è questa la tesi – la priorità della politica: né d’altronde – e qui si postula un nesso che pone più di un interrogativo – rappresentano un bacino elettorale anche solo vagamente competitivo nel confronto con i loro concittadini più anziani. I potenziali elettori sotto i 35 anni sono 11 milioni e 113 mila, mentre quelli fra i 35 e i 65 anni sono 26 milioni e 275mila e quelli con oltre 65 anni ben 12 milioni 643mila.

La fotografia di un Paese che invecchia, certo. Ma anche la fotografia di un Paese che continua, tragicamente, a non scommettere sulle proprie risorse per il futuro.

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