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Scritto da il set 11, 2016 in Attualità, Fisco, Lavoro e Imprese, Primo Piano | 0 commenti

L’Italia non è un paese per investitori (esteri)

L’Italia non è un paese per investitori (esteri)

Il caso “Commissione Ue vs. Apple”, comunque la si pensi nello specifico, ci ha ricordato che vi sono stati europei che fanno di tutto per attrarre industrie e facilitare la creazione di posti di lavoro attraverso la politica fiscale. Ecco invece i numeri che dimostrano come i governi italiani continuino a fare di tutto per spaventare potenziali investitori esteri

La Commissione dell’Unione europea ha ordinato alla società americana Apple di pagare 13 miliardi di euro (più interessi) di tasse arretrate all’Irlanda. Non perché il governo di Dublino lo abbia richiesto, ma perché quei 13 miliardi sarebbero un risparmio “illecito”, frutto di un accordo tra Irlanda e Apple che si configurerebbe come “aiuto di stato”. Ognuno la pensi come crede sulla vicenda, non è questa la sede per approfondire. Quel che è certo è che la vicenda, con le analisi e gli approfondimenti che ne sono seguiti, ha ricordato a tutti gli italiani che ci sono stati europei che fanno a gara per attrarre investimenti dall’estero e non invece per metterli in fuga come sembriamo fare noi da anni.

Cosa vuol dire attirare investimenti dall’estero? I numeri del caso Apple parlano da soli. Steve Jobs, il fondatore della Mela, sbarcò in Europa nel 1980 e tra tutti i posti in cui stabilirsi scelse la città di Cork, caratterizzata allora da disoccupazione elevata e zero investimenti in vista. Iniziò assumendo con sessanta dipendenti, e oggi Apple ne ha 6.000 in tutto il paese. Solo per rimanere alle aziende americane, oggi che ne sono circa 700 che hanno aperto filiali nel paese celtico, dando lavoro in tutto a 140.000 persone.

Perché un investitore estero sceglie l’Irlanda e non l’Italia? Vi sarebbero tante ragioni che potremmo elencare, e in questi giorni si è ironizzato fin troppo sulla disponibilità del governo di Dublino ad andare incontro alle esigenze delle imprese. Per quel che importa ai lettori di questo blog, sappiamo che le politiche fiscali irlandesi certo non hanno guastato, a partire dall’aliquota del 12,5% per le imposte sul reddito d’impresa (la nostra Ires). In molti in Europa storcono il naso da anni per questa tassazione così bassa, parlano di “concorrenza sleale”. Peccato che non sia così, come dimostra uno studio pubblicato lo scorso 5 settembre dal Sole 24 Ore e dalla Scuola europea di alti studi tributari di Bologna. Da cui emerge che da anni, al di là del caso Apple, è in corso una gara sulla tassazione delle imprese in Europa. Non c’è soltanto la solita aliquota per l’imposta sul reddito d’impresa: “Il confronto tra nove voci chiave dei regimi fiscali in dieci paesi mostra l’Irlanda al top della convenienza grazie all’aliquota bassa e alla tassazione favorevole su dividendi e ricerca. La Francia è maglia nera”, e l’Italia svetta in negativo per il suo per total tax rate, cioè per la pressione fiscale complessiva sui produttori.

Leggiamo alcuni passaggi dello studio. “Agli antipodi ci sono l’Irlanda da una parte, Francia e Italia dall’altra. La prima, al di là degli accordi con Apple, si conferma il paese più conveniente. Il punto di forza più noto è il gioiello di famiglia, l’aliquota al 12,5% sulle attività produttive, industriali e commerciali, custodito gelosamente anche durante il programma di salvataggio di Ue e Fmi dal 2010 al 2013. C’è anche un’aliquota meno nota, pari al 25%, per le attività di investimento e di partecipazioni che la porrebbe oltre la media Ue, ma è ridotta per la contemporanea esenzione dei dividendi e delle plusvalenze per le prime e per un’imposta del 6,25% per l’utilizzo dei brevetti per le seconde”. Vediamo il caso francese: “L’aliquota nominale è del 33,3%, la più alta tra i paesi considerati insieme al Belgio. A questo Parigi abbina un regime per ammortamenti, innovazione e sviluppo meno efficace. Il tema ha fatto irruzione nella campagna elettorale in vista delle presidenziali di aprile, tanto che il superministro dell’Economia e delle Finanze, Michel Sapin (socialista), ha annunciato l’intenzione di ridurre l’imposta per le Pmi al 28% dal 2017”. Complessivamente, il total tax rate che grave sulle imprese residenti in Irlanda è stimato dalla Banca mondiale al 25,9% degli utili, mentre per le imprese residenti in Francia si arriva al 62,7%.

Noi italiani però riusciamo a battere, in negativo, perfino i nostri cugini d’Oltralpe, con un total tax rate sulle imprese pari al 64,8% degli utili: l’Italia, sempre secondo lo studio dei giornalisti del Sole 24 Ore e dei ricercatori di Bologna, ha un’aliquota nominale del 31,4% (la somma del 27,5% dell’Ires e del 3,9% dell’Irap), ben oltre la media Ue, anche se dall’anno di imposta 2017 l’Ires scenderà al 24% e l’aliquota nominale sarà quindi del 27,9%. “A differenza di Parigi e Berlino – nota però speranzoso il quotidiano della Confindustria – Roma prevede un patent box in cui i redditi derivanti da opere di ingegno non concorrono a formare il reddito complessivo per il 40% del loro ammontare nel 2016 e per il 2017 è prevista la possibilità di arrivare fino al 50%. (…) Il nostro paese prevede anche un ammortamento più alto per i beni immateriali rispetto ai due concorrenti. Un regime che diventerebbe ancora più favorevole con l’ipotesi di una riconferma del ‘superammortamento’ nella Legge di Stabilità 2017 come indicato dal presidente del Consiglio Renzi”. Si tratta di ben magre consolazioni, alla luce della pressione fiscale complessiva ed effettiva in cui primeggiamo. Inutile poi domandarsi perché negli ultimi vent’anni in Italia siano arrivati in Italia soltanto l’1,6% di tutti gli investimenti esteri realizzati nel mondo, contro il 3,5% della Spagna e il 5,5% della Francia. Gli imprenditori e i disoccupati tartassati conoscono già la risposta.

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