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Scritto da il dic 17, 2018 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Europa e Euro, Primo Piano | 0 commenti

L’Ue grazia Macron ma punisce l’Italia sovranista

L’Ue grazia Macron ma punisce l’Italia sovranista

Mentre alla Francia è permesso di sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil, la Ue rimprovera e minaccia l’Italia per una manovra che dovrebbe portare il nostro deficit al 2,04%. Bruxelles teme di indebolire l’unico giovane europeista a capo di un grande Paese membro. Come a dire: le regole valgono solo per i governi euroscettici

Cosa direbbero i francesi se un Commissario Ue italiano, già ministro dell’Economia in Italia, permettesse a Roma di sfiorare il 3,5% nel rapporto deficit/Pil ma si spendesse in pubbliche reprimende nei confronti di Parigi per una manovra che supera appena il 2%?

Fantascienza, direte voi. E infatti le cronache europee ci restituiscono una realtà che è esattamente all’opposto. Ma non per questo è meno paradossale.

Le regole sul deficit sono uguali per tutti? Per il Commissario agli Affari economici Pierre Moscovici sembra proprio di no. Il “ministro” europeo per l’Economia, infatti, piange con un occhio solo di fronte agli sforamenti del famoso tetto del 3% adottato dai Paesi membri con il patto di stabilità e crescita del 1997.

La Francia può derogare alle regole Ue…

Dopo le proteste dei “gilet gialli”, pochi giorni fa il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso l’introduzione di alcune misure di carattere economico per placare la rivolta. L’abolizione dell’aumento delle tasse sul carburante; la defiscalizzazione degli straordinari; la cancellazione dell’aumento dei contributi per i pensionati. Provvedimenti che costeranno allo Stato francese circa 10 miliardi, di cui 4 solamente per evitare il rincaro della benzina, principale bersaglio delle contestazioni. L’impatto sul deficit è importante: nel 2019 salirà al 3,4% del Pil.

Si tratta di misure che avranno un impatto politico e sociale (l’obiettivo è proprio quello di acquietare le proteste) ma che difficilmente avranno un impatto positivo sul Pil nominale.

Eppure da Bruxelles sono arrivati commenti concilianti: “Se ci riferiamo alle regole, oltrepassare il limite del 3% può essere preso in considerazione in modo limitato, temporaneo, eccezionale” ha dichiarato in un’intervista a Le Parisien il commissario Moscovici.

… ma l’Italia non può nemmeno sforare il 2%

 Toni indulgenti. Eppure è lo stesso Moscovici che il 13 dicembre bacchettava l’Italia per una manovra che nel prossimo anno dovrebbe portare il deficit al 2,04% del Pil, sottolineando che il nostro Paese “dovrebbe compiere ulteriori sforzi, perché ancora non ci siamo”.

Insomma: la Francia può trasgredire la regola del 3%, sia pure solo in via eccezionale. L’Italia no, nemmeno alla luce del fatto che il governo ha limato di quasi quattro decimali i punti percentuali di deficit rispetto a quanto annunciato a settembre. Il 27 settembre infatti, al termine del vertice sulla nota di aggiornamento del Def, il governo Conte annunciò che il rapporto deficit/Pil per il 2019 si sarebbe attestato al 2,4%. Nei giorni seguenti, complice l’impennata dello spread fra i titoli di Stato italiani e i bund tedeschi, dall’Ue piovve un diluvio di critiche e di minacce contro il progetto di manovra del governo gialloverde.

Da allora, il governo italiano ha abbassato il tiro ma i toni della Commissione Ue sono rimasti infuocati. Perchè? Secondo Moscovici la differenza principale è che il debito pubblico francese non è alto come quello italiano, né è fuori controllo da così tanto tempo.  Allo stesso modo, i critici del governo italiano obiettano che le misure previste da Lega e M5s hanno un impatto a lungo termine, mentre lo sforamento del deficit implicato dalle misure volute da Macron rientrerebbe già nel 2020.

Eppure l’economia francese non va tanto meglio della nostra!

Eppure bisogna rilevare come l’economia francese non stia navigando in buone acque. Tanto che Macron è stato eletto proprio sulla base della promessa di risollevarla.

A settembre, un’analisi pubblicata sul sito Truenumbers e basata su dati Eurostat fotografava questa situazione con dati precisi.

Nelle previsioni l’anno prossimo la Francia dovrebbe crescere dell’1,7%, mentre la media Ue è del 2,1%. Secondo i dati Eurostat, nel 2014 la Francia è cresciuta del 6,5%: peggio della Germania, che è cresciuta dell’8,4% e meno della metà della Spagna, che fa segnare un lusinghiero 13,6%. 

In entrambi i casi però, Parigi si “salva” guardando a Roma, che fa e ha fatto peggio.

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                                                              Fonte: Truenumbers.it su dati Eurostat

Per quanto riguarda il numero di occupati la Francia fa segnare una performance peggiore anche di quella italiana: dal 2014 nell’Esagono questo dato è cresciuto del 2%, mentre nello Stivale è aumentato del 3,2%. I francesi restano lontani dal 5,2% della media dell’eurozona e sideralmente distanti dall’11,1% della Spagna.

Negli investimenti solo l’Italia – che dal 2013 al luglio 2018 ha fatto registrare un +10,7% -  ha fatto peggio della Francia, che ha aumentato i propri dell’11,8%.

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                                                             Fonte: Truenumbers.it su dati Eurostat

Per quanto riguarda, l’export, infine, da gennaio 2012 a luglio 2018, la Francia ha migliorato le proprie esportazioni appena del 12%: meno della metà dell’Italia (+24,8%) ma peggio anche della Germania (+23,2%) e della Spagna (+26,6%).

Si tratta di indicatori diversi fra loro, ma concordi nell’indicare una tendenza che pare assodata. L’economia francese non va così bene. E sicuramente non va poi tanto meglio di quella italiana. Certo il nostro Paese si porta dietro il fardello di un debito pubblico fuori controllo, ma anche quello di Parigi da ben 15 anni ha sforato il tetto del 60% del Pil imposto dagli accordi del 1997 e nel 2017 ha raggiunto il 97%.

Sia Palazzo Chigi che l’Eliseo hanno annunciato il varo di misure economiche con un forte impatto politico. Ma mentre Parigi sfora impunemente il tetto del 3%, Roma viene minacciata per molto meno. 

Evidentemente c’è qualcosa che non torna. Sarà forse che la Commissione Ue teme di indebolire l’unico giovane leader europeista a capo di un grande Paese membro?

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