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Scritto da il mar 28, 2018 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Lavoro e Imprese, Museo degli orrori, Primo Piano | 0 commenti

L’ultima presa in giro Pd: gli aumenti agli statali durano solo 8 mesi

L’ultima presa in giro Pd: gli aumenti agli statali durano solo 8 mesi

Quattro giorni prima del referendum costituzionale il governo Renzi annunciava trionfalmente di aver raggiunto l’accordo coi sindacati per il rinnovo dei contratti degli statali. Ma ora il Sole 24Ore svela che dopo solo otto mesi la busta paga tornerà più leggera: una vera truffa scoperta a giochi fatti

Lo hanno già definito “l‘aumento a yo-yo“, atteso e sospirato per otto anni e destinato a sopravvivere solamente per otto mesi.
Sembra una barzelletta e invece è il destino a cui andranno incontro con ogni probabilità gli impiegati di ministeri, enti locali, scuola e sanità: in una parola, gli statali.
Grazie all’ultimo colpo di coda del governo Renzi, i dipendenti pubblici che da aprile (o da marzo in caso di impiegati di ministeri, agenzie fiscali o enti pubblici non economici) avranno in busta paga il sospirato aumento di stipendio, dal 1 gennaio 2019 ne perderanno una quota variabile fino a quasi un quarto.

A inizio dicembre 2016 – non casualmente, pochi giorni prima del voto sul referendum costituzionale – il governo Renzi annunciava trionfalmente il raggiungimento dell’accordo con il sindacato per lo sblocco dei contratti.
Non solo: il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia sottolineava che “l’aumento è di 85 euro medi, abbiamo insistito sull’aggettivo ‘medi’ per dare una maggiore attenzione e maggiore sostegno a i redditi più bassi”. In realtà si trattava di un modo per mascherare la vittoria sui sindacati che chiedevano un aumento di 85 euro minimi, puntualizzando invece un presunto sforzo per sostenere i redditi più bassi che “hanno sofferto maggiormente la crisi e il blocco contrattuale”.

Ora che però l’accordo può entrare finalmente in vigore, però, quelle parole assumono il sapore amaro della beffa. Perché il cosiddetto “tassello perequativo” inserito per sostenere proprio chi percepisce di meno si è rivelato un boomerang che colpisce i più poveri. L’aumento, infatti, non sparisce in modo uguale per tutti ma viene meno in maniera inversamente proporzionale al reddito. Un vero e proprio assurdo logico, in spregio all’articolo 53 della Costituzione secondo cui il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Così, come dimostrano le tabelle del Sole 24Ore , una posizione di basso livello che percepiva 1349 euro al mese dopo l’arrivo dell’aumento, da gennaio ne perderà 21 arrivando a 1328; per contro chi con l’aumento guadagnerà 1687 euro, da gennaio scenderà a 1661, perdendone in proporzione molti meno: 26 euro. In media i dipendenti di ministeri, Regioni ed enti locali perderanno circa 20 euro al mese: il 24% dell’agognato aumento.

Ora i sindacati, che avevano sostenuto la necessità di inserire il tassello perequativo anche per evitare che gli aumenti contrattuali andassero ad incidere sul diritto al bonus degli 80 euro, tentano di difendersi assicurando che sono al lavoro per stabilizzare quella parte di aumento che per ora è temporanea.
Ma la sensazione di amaro in bocca, come nel caso dei cittadini obbligati a restituire gli 80 euro per la colpa di avere guadagnato più del previsto, resta forte: la sensazione che la maggioranza uscente non solo abbia usato i soldi pubblici per finanziare spot elettorali peraltro poi rivelatisi fallimentari ma una volta passate le elezioni non si vergogni nemmeno a chiederne la restituzione.

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