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Scritto da il lug 2, 2018 in Attualità, Monitoraggio, Primo Piano, Riforme | 0 commenti

Ma come, non andava tutto bene?

Ma come, non andava tutto bene?

Piovono cattive notizie sull’economia, nascoste fino a ieri dal Pd.
I dati Istat e Confindustria tracciano un quadro negativo dell’economia italiana: aumenta il numero di connazionali in povertà assoluta, mentre le previsioni di crescita del Pil continuano a contrarsi. Ma come, non andava tutto bene? Fino a poco il governo Gentiloni ci ha ripetuto per mesi che l’economia era “stabile e in crescita”: in poche settimane di lavoro l’esecutivo lega-stellato è già riuscito a sfasciare tutto? La verità è che l’attuale governo non ha ancora avuto il tempo – né, per ora, l’intenzione – di 
intervenire seriamente in economia. È presto per attribuirgli responsabilità. Bisognerebbe piuttosto chiedere conto a chi utilizza le statistiche per cercare di prendere per il naso gli elettori.

Nello sport, si potrebbe parlare di un uno-due da ko. Nel giro di quarantotto ore sono state pubblicate due analisi sull’economia che fotografano la situazione di un’Italia ben lontana dall’essere uscita dalla crisi.

Il rapporto Istat sulla povertà fa segnare per il 2017 il record di italiani che vivono in povertà assoluta dall’inizio delle serie storiche, nel 2005: ben 5 milioni di connazionali. L’incidenza è dell’8,4%, in crescita dello 0,5% dal 2016. Per le famiglie il dato si attesta al 6,9%, in crescita costante da quattro anni. Particolarmente grave la situazione al Sud, dove un abitante su 10 è indigente: l’incidenza, dal 2016 al 2017 aumenta dal 9,8% all’11,4%.

Parimenti cresce anche il numero di chi vive in povertà relativa: una condizione che riguarda 3 milioni e 171mila italiani.

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            Fonte : Centro Studi Confindustria / Il Sole 24 Ore

Meno di ventiquattr’ore dopo la pubblicazione di questi dati drammatici che ritraggono la difficoltà delle famiglie e dei cittadini italiani, ecco che dal Centro Studi di Confindustria venivano divulgate le previsioni di crescita, anch’esse non certamente positive. Il rapporto “Dove va l’economia italiana”, del 27 giugno, conferma la crescita del Pil anche per gli anni a venire ma inmisura sempre minore. Per l’anno in corso è infatti prevista una crescita dell’1,3%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al 2017. Anche per il 2019 questo trend dovrebbe proseguire inalterato, con un’ulteriore riduzione all’1,1% in termini reali.

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                                       Fonte : Centro Studi Confindustria / Il Sole 24 Ore

I fattori della crisi

Quali i fattori di questa situazione di difficoltà? Sicuramente il presentarsi di fattori di incertezza a livello internazionale come quelli dati dalla guerra dei dazi fra Usa e Ue, la fine del quantitative leasing e il pericolo di un incremento dei tassi. Ma non solo. 

Si prevede un calo dell’export e una scarsa crescita del credito bancario, con conseguente frenata degli investimenti privati. Calano i consumi delle famiglie, anche perché il lavoro cresce meno di quanto cresca il Pil e gli investimenti pubblici seguitano a calare.

Gli industriali hanno anche paventato il rischio di dover ricorrere a una manovra correttiva da 9 miliardi di euro ma il ministero dell’Economia ha smentito questa eventualità.

Ma come, non andava tutto bene?

L’osservatore poco attento, a questo punto, potrebbe obiettare: ma com’è possibile, l’economia italiana non era in ripresa? È quello che per mesi (guarda caso, i mesi precedenti le elezioni) è andato ripetendo il governo di Paolo Gentiloni, che a ottobre definiva l’economia italiana come “stabile e in crescita”. Certo, le incertezze politiche legate alla lunga fase di formazione del governo possono aver influito in modo negativo sulla stabilità dei mercati, ma questo non basta a spiegare dati come quelli sopra presentati. 

E allora è colpa del governo Conte?

La colpa è dunque del governo lega-stellato, che pare innervato da un attivismo senza precedenti? La verità è che, come ha ricordato anche Nicola Porro nel suo blog , se il Pil rallenta è un po’ presto per attribuire la responsabilità a un esecutivo che nel bene o nel male, “in materia di economia non ha ancora fatto nulla” di rilevante.

Tuttavia, pur non condividendo in toto il giudizio severo di Porro che parla delle proposte contenute nel contratto Lega-M5s come di una lista di sciocchezze, è forse utile stilare una lista di priorità sugli interventi da farsi in campo economico.

Un “semaforo per le riforme”

In un quadro così complesso riteniamo che sia assolutamente prioritario stimolare la ripresa dei consumi. Questo obiettivo non può prescindere dalla (costosa) neutralizzazione delle clausole di salvaguardia che impediranno l’aumento dell’Iva. Quindi si potrà dare la precedenza alla misura che più di tutte, fra quelle inserite nel programma di governo, stimola le migliori energie produttive del Paese: la Flat tax (magari corretta a favore delle classi più povere come suggerito da Massimo Baldini e Leonzio Rizzo in un interessante studio pubblicato su lavoce.info )

In questo ideale “semaforo delle riforme” alla Flat tax verrebbe dato subito il verde; al superamento della riforma Fornero il giallo; all’adozione del reddito di cittadinanza, peraltro pesantemente rivisto anche dallo stesso MoVimento Cinque Stelle che lo aveva proposto, l’arancione.

Una politica europea per stimolare gli investimenti

Urgente sarebbe invece procedere a un piano europeo di investimenti, magari finanziato con i tanto sospirati e mai realizzati eurobond. Interessante sarà anche seguire le mosse del ministro per gli Affari Europei Paolo Savona, che mira a riformare lo Statuto della Bce per rafforzarne i poteri di controllo sulle singole economie nazionali (alla faccia di chi lo aveva tacciato di essere un euro-distruttore…).

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