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Scritto da il ott 22, 2018 in Attualità, Lavoro e Imprese, Primo Piano | 0 commenti

Occupazione ai livelli pre-crisi: ora si detassi

Occupazione ai livelli pre-crisi: ora si detassi

Dal mondo del lavoro arrivano buone notizie per l’Italia: il tasso di occupazione tocca li 58.7%, a livelli che non si vedevano da dieci anni, allo scoppiare della tremenda crisi del 2008. Parallelamente cala anche la disoccupazione, fotografando dei progressi che sono peraltro confermati anche a livello Ue. Ora la priorità deve essere quella di tagliare il cuneo fiscale, incentivando le assunzioni

In un momento cruciale per gli sviluppi dell’economia, per l’Italia arrivano buone notizie dal fronte del lavoro.

I dati sull’occupazione forniti dall’Istat, dall’Inps, dall’Inal e dal Ministero del Lavoro nell’Ottava nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione relativamente al II trimestre del 2018 indicano che il nostro Paese tocca per la prima volta i livelli precedenti alla crisi economica del 2008.

Il tasso di occupazione tocca il 58,7%, in crescita di 0,5 punti percentuali (e 203mila unità) su base congiunturale, vale a dire rispetto al trimestre precedente. Si tratta di un dato importante perché indica che si sta tornando ai livelli pre-crisi, se si considera che nel secondo trimestre del 2008 il tasso di occupazione era del 58,8%. Su base tendenziale si registra un +1,7% di occupati rispetto all’anno scorso e un aumento di 387mila unità di lavoratori. 

DISOCCUPAZIONE FINALMENTE SOTTO IL 10%

Buono anche il dato sulla disoccupazione, che secondo i dati dell’Istat ad agosto è scesa finalmente sotto il 10%, toccando il 9,7%. Si tratta del dato più basso dal gennaio 2012, con un calo dello 0,4% su base congiunturale e dell’1,6% su base tendenziale. Si tratta rispettivamente di un calo di 119mila unità rispetto a luglio e di 438mila unità rispetto allo stesso periodo del 2017

L’istituto di statistica rileva come il tasso di disoccupazione cali sia per gli uomini sia per le donne e interessi tutte le classi di età. L’unico neo è rappresentato dalla disoccupazione giovanile, che ad agosto è cresciuta leggermente (+0,2%) sul mese precedente ma che rispetto all’anno scorso è comunque calata di ben 3,5 punti percentuali.

Non si tratta, peraltro, della prima serie di dati positivi: già a luglio l’Istat rilevava un aumento dello 0,5% nel tasso di occupazione rispetto ad aprile e un aumento di 114mila unità di occupati - 

Anche in primavera, da marzo a maggio si era registrato un aumento degli occupati dello 0,9% (+212mila unità) rispetto al trimestre precedente. Si tratta quindi di una crescita costante nel tempo.

BENE I GIOVANI, MENO LE DONNE

Una nota dolente, nelle ultime rilevazioni, arriva invece dal gender gap per quanto riguarda l’occupazione, con il divario nei tassi fra uomini e donne che rimane pressoché inalterato. Per l’occupazione femminile occorre ancora profondere uno sforzo maggiore. Notizie migliori invece arrivano dal fronte dell’occupazione giovanile. Al netto della componente demografica, che vede un Paese sempre più vecchio, l’occupazione è aumentata in percentuale più per i giovani che per gli ultracinquantenni.

IL TREND POSITIVO È EUROPEO

I dati positivi fatti registrare in Italia, peraltro, si inseriscono nel contesto di un quadro favorevole a livello europeo: nell’Unione gli occupati sono 239 milioni e nell’eurozona 158. Numeri da record, che coronano ben 21 trimestri consecutivi in cui l’occupazione cresce senza sosta in tutti i settori ad eccezione dell’agricoltura.

Parallelamente in tutta la Ue tranne che in Grecia diminuisce il tasso di disoccupazione anche giovanile. In questo specifico ambito l’Italia, com’è noto, resta comunque in difficoltà, terzo Paese con più giovani disoccupati (il 30,8%) dopo Grecia e Spagna.

Si tratta sicuramente di un effetto della generale ripresa dell’economia globale dopo la terribile crisi del 2008 ma anche di una conseguenza anche delle politiche di quantitative easing volute dalla Banca centrale europea di Mario Draghi, che ha garantito l’acquisto di buoni di Stato dei Paesi Ue e che così ha creato una sorta di efficace “ombrello” per le singole economie nazionali, messe al riparo da attacchi speculativi. È possibile che questo abbia creato un circolo virtuoso con ricadute positive sull’occupazione.

LA SITUAZIONE ITALIANA: IL JOBS ACT A RISCHIO

Se non è facile stabilire le cause della crescita dell’occupazione in Italia, prevedere cosa accadrà nell’immediato avvenire è ancora più complesso: dal governo arrivano quotidianamente strali contro il Jobs Act. Ma la riforma del lavoro introdotta dal governo Renzi nel 2015 non è sotto attacco solamente da parte dell’attuale esecutivo.

La Corte Costituzionale ha infatti stabilito, con una sentenza del 26 dicembre scorso, che introdurre un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio (3 articolo comma 1 del dlgs 23/2015 sul contratto a tutele crescenti, vero fiore all’occhiello di chi aveva scritto quella riforma) “è qualcosa di contrario ai princìpi di ragionevolezza e uguaglianza, che contrasta con il diritto e la tutela” sancito dagli articoli 4 e 35 della Carta.  

In altre parole, la Corte impedisce che le aziende mettano già in preventivo quanto costerà loro un licenziamento e smonta una parte del Jobs Act che anche l’attuale governo aveva lasciato inalterata. Ora però il legislatore dovrà intervenire e già il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio promette di ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, fra il plauso dei sindacati.

COSA FARE ORA: UNA LINEA GUIDA

I dati sull’occupazione in ripresa sono senz’altro positivi, ma occorre fare di più. Innanzitutto la priorità assoluta dev’essere quella di ridurre il costo del lavoro, riducendo il cuneo fiscale che impedisce alle aziende di assumere. Per questo è necessario un intervento sulle tasse, come ha ricordato anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria specificando che l’obiettivo primo della riforma che introdurrà il reddito di cittadinanza deve essere proprio quello di creare nuova occupazione.

Un interessante documento programmatico pubblicato nei giorni scorsi da Federmeccanica posta un nesso fra la necessità di detassare ogni forma di collegamento fra salari e produttività, lo snellimento di burocrazia (che secondo il World Economic Forum è il primo ostacolo per le imprese italiane e straniere nel nostro Paese) e l’aumento del numero di nuovi laureati già formati con una migliore alternanza scuola-lavoro).

A questo elenco noi aggiungiamo la necessità di riformare urgentemente la giustizia, per accorciare i tempi dei procedimenti ed evitare che la lunghezza dei processi sia un ostacolo agli investimenti esteri.

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