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Scritto da il dic 3, 2018 in Attualità, Primo Piano, Rassegna stampa | 0 commenti

Papà Di Maio e papà Boschi: perché i due casi sono diversi

Papà Di Maio e papà Boschi: perché i due casi sono diversi

Non appena è stata pubblicata l’inchiesta secondo cui nell’azienda del padre di Luigi Di Maio sarebbero stati assunti in nero alcuni lavoratori, l’ex ministro Maria Elena Boschi si è scagliata ad attaccare il vicepremier grillino. Non le pareva vero di poter “vendicare” gli attacchi subiti a suo tempo per il coinvolgimento di suo padre nella vicenda di Banca Etruria. Ma i due casi sono radicalmente diversi: vediamo perché

“Vorrei poter guardare in faccia Antonio Di Maio, padre del ministro Luigi Di Maio e dirgli che gli auguro di non vivere mai quello che suo figlio e gli amici di suo figlio hanno fatto vivere a mio padre. Lei è sotto i riflettori per storie davvero brutte: lavoro nero, incidenti sul lavoro, sanatorie, condoni edilizi. Mio padre è stato tirato in mezzo a una vicenda più grande di lui per il cognome che porta e trascinato nel fango da una campagna creata da suo figlio e dagli amici di suo figlio. Le auguro di dormire sonni tranquilli e di non sapere mai cos’è il sentimento di odio che è stato scaricato addosso a me e ai miei. Di non sapere mai cos’è il fango dell’ingiustizia che ti può essere gettato contro.“

Con queste parole l’ex ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, del Pd, si è rivolta al vicepremier Luigi Di Maio dopo l’accusa, sollevata in un servizio de  Le Iene, secondo cui il padre del ministro grillino avrebbe fatto in lavorare in nero alcuni operai nella propria impresa edile.

Il caso Di Maio è sì rilevante

Un’accusa che, prevedibilmente, ha sollevato un vespaio di polemiche e ha suscitato una catena di reazioni da parte della politica. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: nel rispetto del (sacrosanto) principio per cui le colpe dei padri non devono mai ricadere sui figli, il caso sollevato dal programma di Mediaset è politicamente rilevante perché Di Maio è il ministro del Lavoro ed è perfettamente legittimo chiedergli conto di quel che accade nell’impresa di famiglia (di cui, peraltro, ora detiene alcune quote).

Fingere che si tratti di una vicenda priva di rilievo politico sarebbe ipocrita. Ma altrettanto ipocrita è tentare di tracciare un parallelo fra il caso di Di Maio senior e quello, assai diverso, che negli anni scorsi ha coinvolto il padre della Boschi, Pierluigi. Manco a dirlo, non appena è uscito il servizio delle Iene, moltissimi esponenti del Pd e ancora più giornalisti si sono precipitati in televisione: “Avete visto? Di Maio attaccava la Boschi per il caso di suo padre e ora non ha niente da dire?”. La stessa Boschi ha diffuso su Facebook un videomessaggio pieno di pathos in cui addirittura tirava in ballo la propria nipotina per augurare al padre del ministro del Lavoro di dormire sonni tranquilli.

… ma non c’entra nulla con quello Boschi

Eppure i due casi, allo stato delle cose, sono molto differenti fra loro. Vediamo perché:

  • All’epoca dei fatti contestati al padre, Di Maio era un privato cittadino. Non deteneva quote nell’azienda di famiglia e anzi quando ha lavorato come manovale nella ditta paterna venne assunto regolarmente.
    La Boschi invece, quando era ministro per le Riforme istituzionali, si era rivolta a Unicredit, a Banca d’Italia e a Consob dandosi da fare per aiutare Banca Etruria, di cui il padre era vicepresidente (carica assunta poco dopo che la figlia assunse l’incarico di governo nel 2014, ndr). Circostanza ancor più significativa, la Boschi si spese solo per Banca Etruria e non per le altre 6 o 7 banche che all’epoca si trovavano egualmente in difficoltà.

  • Non è stato affatto dimostrato che Di Maio sapesse delle presunte irregolarità che si svolgevano nell’azienda del padre, e anzi di fronte si è dissociato da eventuali illegalità, dichiarando la propria disponibilità a collaborare con la magistratura. Il padre, peraltro, si è oggi scusato con il figlio, dicendosi pronto a rispondere delle proprie azioni e ribadendo che Luigi Di Maio non era a conoscenza delle irregolarità che sarebbero avvenute nell’azienda di famiglia.
     Al contrario è accertato (da diverse inchieste giornalistiche, come quella pubblicata dall’ex direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli e dall’audizione in Parlamento dell’ex presidente di Consob Giuseppe Vegas) che la Boschi tentò di aiutare il proprio genitore.

  • il padre di Di Maio non è mai stato indagato, il padre della Boschi sì

In sostanza, la vicenda Di Maio – i cui contorni peraltro sono ancora da chiarire definitivamente – non ha alcuna attinenza con il lavoro di governo, a differenza di quella della Boschi (e di quella relativa al padre di Matteo Renzi, che coinvolse anche altri membri dell’ex esecutivo, come l’ex ministro dello Sport Luca Lotti).

Certamente se si scoprisse che Di Maio figlio sapeva delle irregolarità del padre, dovrebbe dimettersi immediatamente dalla guida del ministero del Lavoro, così come dovrebbe dimettersi se si scoprissero suoi disegni di legge per realizzare una sanatoria per il lavoro nero.

In ogni caso si tratterebbe di una vicenda politica e di fronte alla giustizia deve risponderne, nel caso, solo il padre del ministro.

Al momento, però, nulla di tutto questo è emerso. Le uniche rimostranze che si possono muovere al giovane vicepresidente del Consiglio sono relative, semmai, al giacobinismo passato del MoVimento politico di cui è capo: è innegabile che se a parti invertite in una vicenda del genere fosse incappato un ministro della Lega, del Pd o di Forza Italia, i grillini più estremisti avrebbero già scritto la sentenza di condanna. 

Allo stesso modo, i 5 Stelle non possono stupirsi di essere sotto i riflettori della stampa: è la condanna di chi è al potere, in un sistema democratico. 

Al netto di queste ultime considerazioni, però, è evidente che il parallelismo fra il caso del padre di Di Maio e quello del padre della Boschi è insostenibile. E in molti, anche dentro il Pd, lo sanno bene.

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