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Scritto da il gen 14, 2019 in Attualità, Banche, Primo Piano | 0 commenti

Perché il salvataggio di Carige è completamente diverso da quello di Banca Etruria

Perché il salvataggio di Carige è completamente diverso da quello di Banca Etruria

Il governo gialloverde ha salvato (in via precauzionale) Carige e il Pd insorge cercando di tracciare un improbabile parallelo col salvataggio di Banca Etruria e di Mps. Ma l’istituto genovese è molto lontano dalle condizioni drammatiche delle due banche toscane e in questo governo nessuno ha genitori nei cda dell’istituto salvato. Senza contare che nel caso di Banca Etruria gli obbligazionisti furono lasciati a piedi, mentre ora il governo tenta di tutelare i risparmiatori

“Se si cerca di salvare i dipendenti di una banca, i risparmiatori, mettere in sicurezza il sistema bancario siamo d’accordo, ma è un’ipocrisia vergognosa dire che stanno facendo una cosa diversa da quella che hanno fatto gli altri governi”, con queste parole l’ex ministro delle Riforme del governo Renzi, Maria Elena Boschi, ha attaccato, in un video girato insieme al suo collega di partito Luigi Marattin, il decreto con cui il governo di Giuseppe Conte ha “salvato” – vedremo poi il perché di queste virgolette – la Cassa di Risparmio di Genova.

L’esecutivo gialloverde, infatti, non ha fatto a tempo ad emettere la garanzia sulle obbligazioni dell’istituto di credito ligure che immediatamente è stato sommerso di critiche di chi lo accusava di avere adottato lo stesso provvedimento dei governi Renzi e Gentiloni nei confronti di Banca Etruria e Monte dei Paschi di Siena.

Ma è davvero così? Fra il caso Carige e il salvataggio delle altre banche ci sono diverse differenze: vediamo perché.

  1. Innanzitutto in questo caso la banca genovese è stata commissariata dalla Bce e il governo è intervenuto in via preventiva.  Al momento da Palazzo Chigi è arrivata solo una garanzia: se Carige dovesse fallire, il governo interverrebbe per salvare i bond emessi, aprendo la via alla nazionalizzazione dell’istituto. Per il momento non è stato speso un euro dei cittadini. Sono stati stanziati – ma non sbloccati – 3 miliardi a garanzia delle future obbligazioni emesse, più 1 miliardo un’eventuale (e, almeno per ora, piuttosto lontana) ricapitalizzazione, da eseguire sul modello di quanto fatto per Mps.

  2. Il provvedimento è mirato a tutelare i risparmiatori, che invece nel caso del salvataggio di Banca Etruria erano stati lasciati a piedi. Allora il governo Renzi annullò tutte le obbligazioni e vi fu chi perse tutti i risparmi.

  3. Per salvare Banca Etruria l’allora ministro per le Riforme Maria Elena Boschi si spese con Banca d’Italia, Consob e Unicredit per tentare di risollevare le sorti dell’istituto di cui era vicepresidente suo padre. In questo caso, invece, non sono emersi conflitti d’interesse paragonabili, almeno per il momento: il premier Conte è stato accusato di aver lavorato con il professor Guido Alpa, già consulente di Carige, ma si tratta di collaborazioni – la cui portata sembra comunque piuttosto limitata – che risalgono a prima che Conte salisse al governo. Al massimo si potrebbe parlare, come ha detto Massimo Cacciari  citando Guido Rossi durante una puntata di Otto e mezzo ospite da Lilli Gruber, di un “conflitto di interessi endemico”, quasi connaturato al sistema di potere italiano.

 

 Su quest’ultimo punto la Boschi ha tenuto a specificare che “è ancora da dimostrare che gli uomini del governo non abbiano conflitti d’interesse”. Al netto del peculiare garantismo dell’ex ministro, che sembra dimenticare il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, è ovvio che se un domani si scoprisse che il padre del ministro del Lavoro Di Maio o un parente del premier Giuseppe Conte avessero incarichi nel board di Carige, le cose cambierebbero e s’imporrebbe un chiarimento politico. Ma così, almeno per il momento, non è. 

D’altra parte si è tentato di dire che, se il paragone con Banca Etruria è insostenibile, il salvataggio di Carige ricorda molto da vicino quello con cui il governo Gentiloni ha evitato il baratro per Mps e per le banche venete. La “pistola fumante” con cui si sostiene questa teoria è il decreto varato dai gialloverdi, che effettivamente pare la fotocopia di quello con cui a suo tempo il governo Pd salvò Monte dei Paschi.

Anche qui, però, bisogna tenere a mente alcuni distinguo importanti: 

4) Mps è storicamente una banca molto vicina al Pd, che ha sempre mantenuto contatti piuttosto stretti con la sua governance. Di certo non si può dire altrettanto del M5s nei confronti di Carige, del cui caso invece si è interessata anche la Bce, governata da un establishment insospettabile di simpatie gialloverdi. 

Ora si è scelto di intervenire in anticipo proprio per evitare la situazione precipiti: è vero, il fondo  a cui si attingerebbe fu voluto a suo tempo dal Pd ed è vero che fu creato con soldi pubblici. Ma salvare le banche è cosa buona e giusta, se ciò significa evitare il collasso dell’intero sistema, con danno di tutta la società e non solo di azionisti, obbligazionisti e correntisti. 

La verità è che forse bisognerebbe smettere di guardare il dito e iniziare ad osservare la Luna, chiedendosi quale sia stato in questi anni il ruolo delle istituzioni di vigilanza sul sistema bancario, a partire da Bankitalia. 

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