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Scritto da il dic 26, 2015 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Fisco, Primo Piano | 1 comment

Più deficit oggi, più tasse domani.  Il regalo di Natale di Renzi ai contribuenti

Più deficit oggi, più tasse domani. Il regalo di Natale di Renzi ai contribuenti

Adesso che è stata definitivamente approvata in Parlamento la Legge di Stabilità per il 2016, è il momento di fare chiarezza: il Governo Renzi ha davvero tagliato le tasse agli italiani? La propaganda dell’esecutivo è martellante, ma i numeri e la realtà sono ancora più duri. Li raccogliamo in questo articolo, ricordando innanzitutto che “più deficit pubblico oggi” equivale a “più debito pubblico domani”, e quindi più tasse che verranno fatte pagare ai contribuenti per risanare i conti e pagare il prezzo dell’irresponsabilità del presente.

Martedì scorso il Senato ha votato la fiducia posta dal Governo sul testo della Legge di Stabilità 2016, vale a dire la vecchia Finanziaria: i 162 “sì” hanno prevalso sui 125 “no”. In questo modo la manovra proposta dal Governo Renzi, che già aveva passato l’esame della Camera dei Deputati, è stata definitivamente approvata. Ecco il primo commento del presidente del Consiglio, Renzi: “La produttività di questo Parlamento è impressionante e i cittadini ne vedranno le conseguenze con l’abbassamento delle tasse”.

La versione definitiva della Legge di Stabilità elimina, dal 1° gennaio 2016, la tassa sulla prima casa, e dimezza quella sugli immobili dati in comodato d’uso a figli e genitori. Sono state poi disinnescate, solo per l’anno prossimo, le clausole di salvaguardia, cioè possibili aumenti di tasse, per un ammontare di 16,8 miliardi di euro, rinviando però alla prossima Legge di Stabilità l’onere di neutralizzarne altre per un totale di 35 miliardi nel biennio 2017-18. L’esecutivo e il Parlamento, invece, hanno già rinunciato all’anticipo, nel prossimo anno, del taglio dell’Ires che grava sulle imprese. Questo almeno per quanto riguarda le misure fiscali più dibattute negli ultimi mesi.

Francesco Daveri, professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del sito di economisti Lavoce.info, si è chiesto: “Le tasse caleranno dunque nel 2016?”. Risposta: “Come si vede dal grafico, la risposta è – in breve – no”. Ed ecco di seguito il grafico cui fa riferimento.

loprete

Commenta Daveri nel suo articolo: “Sia nel 2016 sia negli anni successivi (2017 e 2018) le entrate totali delle pubbliche amministrazioni dopo la legge di Stabilità non caleranno e anzi continueranno ad aumentare. Saliranno di 10,6 miliardi nel 2016 rispetto al 2015 (da 788,7 a 799,3 miliardi), di 20,7 miliardi nel 2017 rispetto al 2016 e di 25 miliardi nel 2018 rispetto al 2017”. Ecco la conclusione dell’economista: “Ma allora il premier prende in giro tutti gli italiani quando dice di aver tagliato le tasse con la legge di Stabilità 2016? Solo un po’. Le entrate totali continueranno ad aumentare (il che non dovrebbe succedere quando si ‘tagliano le tasse’), ma aumenteranno meno di quel che sarebbero aumentate senza la legge di Stabilità 2016”. Detto in altre parole: il Governo Renzi prova a porre un freno agli aumenti di tasse che ci sarebbero stati automaticamente per colpa di tutti i precedenti Governi; ma questo freno non è del tutto efficace. I contribuenti se ne accorgeranno presto.

Un altro indizio di questo andamento lo si poteva trovare, mercoledì scorso, nel titolo di prima pagina del Sole 24 Ore, cioè il giornale della Confindustria: “La manovra è legge: meno tasse, più deficit”. Il lettore si potrebbe chiedere: questa è una buona novella (“meno tasse”) o una cattiva notizia (“più deficit”)? Proviamo a rispondere, partendo dai numeri: a fronte di un saldo netto da finanziare nella manovra di 35,4 miliardi di euro, la manovra 2016 registra un peggioramento dell’indebitamento per 14,6 miliardi. Per finanziare la cancellazione di qualche tassa e l’elargizione di bonus e favori

fiscali a qualche gruppo specifico della popolazione, si è scelto di non tagliare in misura uguale la spesa pubblica che già c’è, ma si è preferito indebitarsi.

In questo modo il deficit del 2016, che i primi documenti programmatici di aprile fissavano a un tendenziale dell’1,4%, a maggio è salito all’1,8% grazie ai 6,4 miliardi autorizzati in maggio da Bruxelles per la clausola di flessibilità sulle riforme. Adesso, dopo che in seconda lettura al Senato si è deciso di utilizzare anche l’ulteriore margine di flessibilità europeo per lo 0,2% del pil (3,2 miliardi) per affrontare l’emergenza immigrazione, il rapporto deficit/pil nel prossimo anno si attesterà al 2,4%, un punto in più rispetto al quadro di partenza.

Per capire perché maggior deficit oggi equivale a più tasse domani, riprendiamo innanzitutto la definizione di “deficit” : se un Governo spende in un anno più di quanto è riuscito a raccogliere tramite le imposte, i suoi conti registrano un “deficit pubblico” o “disavanzo”. Anno dopo anno, l’accumularsi di questi deficit va a costituire a sua volta il “debito pubblico”. E a chi toccherà ripagare nel tempo, più prima che poi, questo debito pubblico che già adesso supero il 130% del pil? Toccherà agli stessi contribuenti italiani. Ai quali con una mano si toglie qualche balzello particolarmente fastidioso nel 2016, come l’Imu sulla prima casa, ma con l’altra invece si impone di pagare più tasse – già dai prossimi mesi – per pagare il prezzo della propaganda natalizia.

 

1 Commento

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