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Scritto da il dic 1, 2016 in Attualità, Monitoraggio, Primo Piano, Rassegna stampa | 0 commenti

Referendum: il vero cambiamento è votare NO

Referendum: il vero cambiamento è votare NO

Secondo Marcello Foa, esperto di comunicazione e fra i fondatori di questo sito, il 4 dicembre non si votano solo le modifiche alla Costituzione, ma la scelta fra due sistemi di valori politici inconciliabili: quello della conservazione dello status quo esistente e il tentativo di scrollarsi di dosso modelli sociali ed economici che si sono dimostrati e fallimentari. Con un appello finale: come americani e britannici, gli italiani trovino il coraggio di cambiare. Votando No.

Vi sono molti modi per interpretare la sfida che si propone gli italiani con la consultazione referendaria del 4 dicembre. Una delle letture più diffuse e – perché negarlo? – più corrette è quella che vede nel confronto delle urne non solo il giudizio su una riforma della Costituzione (che, quella sì, non cambierà il mondo né nel caso venga approvata né nel caso venga bocciata), ma anche e soprattutto la scelta fra due visioni del mondo e della politica che in Occidente sono ormai antitetiche.

Semplificando, possiamo dire che con il “Sì” viene scelta il cambiamento nel solco della continuità, mentre buona parte di chi vota “No” vuole mandare alle classi dirigenti un messaggio che chiede innanzitutto rottura con lo status quo ora vigente.

Si tratta di un aut-aut che coinvolge categorie politiche assai più ampie della discussione sulle modifiche alla Carta e che si inserisce nel solco di una sfida fra sistemi di potere che è in piena evoluzione sulle due sponde del nord Atlantico.

È questa la cifra interpretativa di Marcello Foa, direttore del gruppo editoriale del “Corriere del Ticino”, giornalista, esperto di comunicazione, fra i fondatori di “Capire davvero la crisi”

In un post sul suo blog, Foa fa risalire l’inizio di questo processo alla disgregazione del blocco sovietico, quando, venuto meno lo schema bipolare che vedeva due superpotenze contrapposte, la perdità di sovranità dei vecchi Stati nazionali indeboliti dalle tragedie del Novecento ha avviato una spirale disgregativa che si esprime oggi in tutta la propria potenza.

Questo fenomeno è ben visibile nella tendenza a cedere sempre più porzioni di sovranità a istituti sovranazionali spesso privi di rappresentatività democratica e guidati da logiche e leader sconosciuti ai più. Foa elenca “Ocse, Fmi, Banca mondiale e naturalmente Unione europea, Banca centrale europea, Corte Costituzionale europea, che hanno di fatto eroso continuamente le competenze e i diritti dei singoli Stati e dunque dei singoli cittadini. “

La globalizzazione, parola d’ordine contro cui nei primi anni Duemila si schieravano vari grassroots movements, è diventata il feticcio di cui il politically correct si serve per imporre pratiche politiche e sistemi ideologici che narcotizzano la democrazia diretta delegando l’esercizio della sovranità a poteri sempre meno politici e sempre più tecnici.

Emblematico il caso dell’Unione Europea, precipitata nelle classifiche delle istituzioni ritenute più affidabili sin dalla fine degli anni Novanta e rivelatasi incapace di gestire persino le questioni su cui si era storicamente rivelata più affidabile e coesa – quelle economiche.

“I risultati li conoscete – scrive Foa – La piccola industria muore, la disoccupazione aumenta, il commercio langue, l’età della pensione aumenta sempre di più, le tasse salgono a livelli insostenibili, lo stato sociale diminuisce; però aumentano le norme sovranazionali, le regole, i divieti, le imposizioni.”

Processi di alienazione della sovranità che sembrano molto astratti generano come si vede conseguenze concretissime. Al punto da proiettarci direttamente al momento in cui il risentimento nietzscheano non trova più il caprio espiatorio su cui sfogare la propria frustrazione. Al momento insomma del redde rationem.

Che molto prosaicamente, sotto le bandiere di un ritorno alle identità nazionali che pure a volte si traduce in un nazionalismo confuso, si traduce nell’afflusso alle urne di cittadini non più disinteressati ma furibondi, decisi a tutto pur di risvegliarsi dal torpore e a gridare tutto il malessere di chi si sente (perché è stato) emarginato.

Emblematiche, a questo proposito, le votazioni sulla Brexit e nelle elezioni presidenziali americane, con le scelte anti-establishment che saltano come un tappo di champagne fra lo stupore costernato degli osservatori liberal.

Ora, evidentemente, è il turno degli Italiani. A cui Foa si rivolge senza mezzi termini: “Renzi vuole pieni poteri per poter realizzare ancor più rapidamente l’agenda delle élite globaliste e, dunque, per spogliare ancor di più l’Italia [...] non lasciatevi ingannare dai titoli terroristici sullo spread che torna a salire e da quelli del Financial Times secondo cui se il referendum venisse bocciato, otto banche fallirebbero; come se ci fosse un nesso casuale tra il dissesto degli istituti e il voto popolare. Se le banche devono fallire, falliranno comunque, statene certi. Questa è propaganda.”

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