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Scritto da il mar 21, 2016 in Attualità, Debito e spesa pubblica, Europa e Euro, Monitoraggio, Primo Piano | 0 commenti

Renzi non si decide a tagliare la spesa. Se guardasse all’estero capirebbe che la via è quella

Renzi non si decide a tagliare la spesa. Se guardasse all’estero capirebbe che la via è quella

Mentre Spagna e Regno Unito tornano a crescere grazie al taglio della spesa, il presidente del Consiglio mette mano alla spending review solo a parole. Da Corte dei Conti, imprese e sindacati arriva un giudizio lapidario sull’operato del governo: i tagli riguardano solo i servizi, e non gli sprechi

Matteo Renzi, si sa, è un esperto comunicatore. Particolarmente abile nel sottolineare i propri punti di forza e nell’eludere le critiche scomode, il presidente del Consiglio va dicendo ormai da mesi che l’economia italiana è tornata a crescere, che la disoccupazione cala, che nel Paese è tornata la fiducia. E talvolta è pure appoggiato da corifei non troppo preparati, come l’ineffabile vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, che in occasione delle celebrazioni per i due anni di governo Renzi è riuscita a scrivere su Twitter che il Pil, passato da -0,4% a +0,6% era cresciuto di oltre un punto.

Al di là degli errori aritmetici da quinta elementare, tuttavia, è preoccupante notare che tanto il presidente del Consiglio che il suo esecutivo continuano sistematicamente ad ignorare gli indicatori più negativi sull’andamento della nostra economia. A inizio marzo l’agenzia di rating Fitch ha tagliato nuovamente le stime sulla crescita all’1% e l’Eurogruppo ha ammonito Roma: le misure prese dal governo aumentano il deficit e per il 2016 l’Italia rischia di non essere in grado di rispettare le regole europee sul debito.

Insomma, lo avevamo detto e lo ribadiamo: anche quei (pochi) successi che il governo può rivendicare vengono in gran parte realizzati a deficit, a partire dalle misure inserite nella legge di bilancio 2016.

Tuttavia uno dei dati più clamorosi occultati dal governo è quello sui tagli alla spesa pubblica, annunciati in estate con gran clamore e quindi sfumati per l’ennesima volta. Nel giugno 2015 il commissario alla spending review Yoram Gutgeld aveva annunciato trionfalisticamente dieci miliardi di tagli alla spesa “senza tagliare i servizi, ma rendendoli più efficienti ed economici.” Ora, poco più di sette mesi dopo, il consigliere economico di Matteo Renzi viene clamorosamente sbugiardato dalla Corte dei Conti. Che all’inaugurazione dell’anno giudiziario, per bocca del presidente Raffaele Squitieri, ha certificato quello che molti già sospettavano: la spesa non è stata contenuta con razionalizzazioni ed efficientamenti, ma grazie alla contrazione e alla soppressione dei servizi.”
Prova ne è – solo per citare uno dei casi più clamorosi – il drammatico sciopero della fame che ormai da settimane vede protagonista il segretario del Segretario Autonomo di Polizia, Gianni Tonelli, impegnato per denunciare le carenze di uomini e di mezzi con cui si devono confrontare ogni giorno gli agenti.

Le parole di Squitieri e la protesta di Tonelli sono corroborate, tra gli altri, dagli studi elaborati dal centro studi di Unimpresa su dati di Bankitalia. Numeri che al 21 febbraio 2016 certificano una crescita della spesa di 52 miliardi dal 2014 al 2015, per un incremento percentuale del 10,87%.

Commentando questa fotografia desolante, il presidente di Unimpresa Paolo Longobardi è stato netto: “I numeri non mentono mai e quelli che diffondiamo oggi, che confermano nostre stime degli scorsi mesi, ci dicono che il governo ci prende in giro: quelle sulla cosiddetta spending review sono chiacchiere”.

Ma tagliare la spesa, si sa, è impopolare e un governo che vive guardando i sondaggi non può permettersi cali troppo bruschi negli indici di gradimento. Ridurre gli sprechi aiuta nei conti ma non nelle urne – che, alla fine, vincono sempre.

La prova la fornisce il caso della Spagna, dove il governo a guida conservatrice di Mariano Rajoy ha tagliato la spesa di oltre tre punti in tre anni, portando il Paese a crescere del 3,2% nel 2015 ma venendo punito nelle urne alle elezioni di dicembre, quando ha perso oltre tre milioni e mezzo di voti.

Più lungimiranza, forse, l’hanno espressa gli elettori britannici. Che, come ricorda Gianni Balduzzi per Linkiesta, nelle elezioni generali dello scorso maggio hanno assegnato la maggioranza assoluta a quel governo Cameron che ha realizzato risparmi importanti (anche del 40%-50%) in settori chiave della macchina statale negli ultimi cinque anni. Risultato? Nel 2015 il Regno Unito è cresciuto del 2,2%, mentre il rapporto fra deficit e Pil è sceso dal 10,2% del 2010 al 4,9% del 2015. La Spagna, negli stessi anni riduceva il proprio dal 11% del 2009 al 4,3% del 2015.

A un premier che si mostra spesso insofferente per i vincoli del Patto di stabilità, conclude quindi Balduzzi, andrebbe ricordato che la mancata crescita non va imputata ai diktat di Bruxelles. Ma piuttosto andrebbe incentivata facendo seguire fatti concreti agli annunci spericolati sul taglio alla spesa.

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