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Scritto da il feb 19, 2019 in Attualità, Banche, Primo Piano | 0 commenti

Salvini e Di Maio vogliono cambiare Bankitalia (ma anche Prodi, Berlusconi e Renzi ci provarono)

Salvini e Di Maio vogliono cambiare Bankitalia (ma anche Prodi, Berlusconi e Renzi ci provarono)

Salvini e Di Maio sono sotto attacco perché vogliono cambiare i vertici di Bankitalia. Ma da Prodi a Berlusconi a Renzi, chi sta a Palazzo Chigi ha spesso e volentieri tentato di condizionare le politiche della Banca centrale. Che, piaccia o no, è un’istituzione economica con un ruolo politico pesantissimo. E inevitabile.

Nei giorni scorsi, il governo Conte è finito nella bufera per un presunto attacco all’indipendenza di Bankitalia. A scatenare l’ondata di polemica divampata sulla stampa le dichiarazioni dei due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. I veri titolari della linea politica dell’esecutivo.

In vista della scadenza del mandato da vicedirettore di Luigi Federico Signorini, il governo è chiamato  - come da Statuto -  a promuovere per la direzione generale e per la vicedirezione generale i nomi che poi vengono approvati dal Presidente della Repubblica. 

Sulla conferma o meno di Signorini si è consumato uno strappo all’interno dell’esecutivo, dove il ministro dell’Economia Giovanni Tria, più vicino al Quirinale, era favorevole e i due vicepresidenti del Consiglio contrari.

Sia il capo politico del MoVimento 5 Stelle che quello della Lega, infatti, si sono espressi per un radicale cambiamento ai vertici di Palazzo Koch, ritenuti responsabili per non aver vigilato a sufficienza nelle varie crisi bancarie degli ultimi anni.

Per questi fatti il governo è stato accusato di aver messo nel mirino l’indipendenza della Banca d’Italia e dopo alcuni giorni da Palazzo Chigi è arrivata anche una parziale marcia indietro: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, considerato il consigliere più ascoltato di Matteo Salvini, ha gettato acqua sul fuoco, dichiarando nella giornata del 18 febbraio che “il direttorio di Bankitalia non lo facciamo noi, lo fa Banca d’Italia”.

Ora, che le dichiarazioni dei due vicepremier facessero notizia era prevedibile: si tratta pur sempre di una mossa politica forte, seppur in linea, almeno parzialmente, con il contenuto del programma di governo delle rispettive forze politiche.

Ma siamo davvero sicuri che il tentativo gialloverde di mettere mano agli assetti di Bankitalia rappresenti un inedito? La storia politica recente del nostro Paese ci insegna che non è affatto così.

Renzi contro Visco e la guerra con Gentiloni

Nel novembre del 2017 l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi scrisse a La Stampa per denunciare quelle che a suo parere erano le mancanze della banca centrale nei suoi compiti di vigilanza sugli istituti di credito nazionali: “Se in questi anni le autorità della Vigilanza avessero passato il proprio tempo leggendo meglio i documenti dei loro colleghi anziché parlando coi giornalisti – scriveva riferendosi anche alla Consob – probabilmente il mondo del credito e della finanza starebbe meglio”.

Un intervento a gamba tesa in piena regola, diretto contro il governatore Vincenzo Visco, in carica dal 2011. Allora alla guida del governo c’era il democratico Paolo Gentiloni, favorevole alla conferma di Visco, che alla fine la spuntò. Ma le interferenze del potere erano già di pubblico dominio.

 

I tentativi di Prodi e Berlusconi

Non solo. Le mire del palazzo sulle prerogative della banca centrale della Repubblica italiana non si sfogano solo al momento delle nomine del management. La politica ha sempre insistito per dire la propria anche su un altro tema molto delicato: la gestione delle riserve d’oro di Palazzo Koch.

Recentemente tornate di attualità per un intervento del deputato leghista Claudio Borghi, che chiedeva una legge per stabilirne con certezza la proprietà, le riserve auree della Banca si sono attirate le attenzioni tanto dei governi di centrosinistra quanto di quelli di centrodestra. Nel 2009 Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia del governo di Silvio  Berlusconi, propose una tassa sulle plusvalenze dei “detentori di metalli per uso non industriale”. Non avendo gli italiani montagne di lingotti d’oro sotto al letto, si legga Bankitalia. 

Due anni prima era stato il governo di Romano Prodi, con Tommaso Padoa-Schioppa alla guida di Via Nazionale, ad azzardare che “l’uso delle riserve non può essere un tabù”. In entrambi i casi i tentativi andarono falliti e l’indipendenza della Banca non ne fu compromessa.

Quale indipendenza?, ci si potrebbe domandare, e a ragione. L’indipendenza dalla politica Bankitalia non l’ha mai avuta, né l’ha voluta, poiché essa stessa è sempre stata espressione di un potere politico, che a volte ha condizionato l’azione di governo. 

Che poi sia l’esecutivo, a tentare di condizionarla, questo è sì un fatto innegabile. Ma non è certo una notizia, né una novità.

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