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Scritto da il set 22, 2017 in Attualità, Museo degli orrori, Primo Piano | 0 commenti

Se la Buona Scuola di Renzi uccide la meritocrazia

Se la Buona Scuola di Renzi uccide la meritocrazia

Vietando per legge di bocciare gli studenti, la riforma della scuola voluta da Renzi porta a compimento la macelleria del sistema scolastico iniziata dal Sessantotto. Dal “sei politico” si è arrivati ad abolire l’insufficienza, garantendo a tutti pari successo anziché pari accesso ai massimi gradi dell’istruzione. Un sistema che assistenzialista e buonista che uccide la meritocrazia

C’era da aspettarselo. La “Buona scuola” s’è trasformata nella scuola buonista.
Con l’approvazione dei decreti attuativi della legge 107/2015 Renzi/Giannini sulla riforma scolastica le bocciature verranno abolite per legge alle elementari e alle medie dal prossimo anno. Il decreto legislativo 62 del 13 aprile 2017, in particolare, recita: “Gli alunni della scuola primaria saranno ammessi alla classe successiva anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”. Si potrà bocciare solo con il consenso all’unanimità del consiglio di classe.
Alle medie stessa solfa: tutti ammessi alla classe successiva o all’esame finale a meno di “parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento in una o più disciplina” da certificare con adeguata motivazione da parte del consiglio di classe.
La morale è sempre la medesima: tutti insufficienti, ma tutti promossi.

L’ennesima conferma di una realtà che conoscevamo ormai da tempo: la meritocrazia, in Italia, è una pia illusione. E tristemente questa verità si può riscontrare al meglio proprio là dove meno ce ne sarebbe bisogno: a scuola.
Un’istituzione che, anziché garantire – come recita la Costituzione all’articolo 34 – “ai capaci e ai meritevoli” il diritto di “raggiungere i gradi più alti degli studi” ha proprio abolito i gradi, alti e bassi che siano. Promozione per tutti, che poi significa promozione per nessuno.

L’idea, nefasta, è di matrice sessantottina. Per lottare contro la “scuola di classe” si è realizzata una vera e propria eterogenesi dei fini: anziché garantire a tutti pari accesso all’istruzione superiore, si è voluto assicurare a tutti pari successo. Cinquant’anni dopo, il disastro è compiuto: la bocciatura è vietata per legge.

Troppo antipatico, troppo sgradevole, dire a un bambino “non hai imparato abbastanza, ripeti”. È questo il retropensiero celato da una normativa assurda che proclama di voler combattere la dispersione scolastica. Ma l’abbandono non si contrasta – né mai si potrebbe contrastare – riesumando la formula del sei politico. Sarebbe curioso, infatti, indagare le motivazioni dell’abbandono e verificare quanti alunni lascino le aule perché la scuola è troppo difficile. Si avrebbero, crediamo, molte sorprese.

Gli abbandoni, infatti, sono molto spesso collegati a situazioni socio-familiari complesse. Ma se la scuola deve servire anche da motore per elevare la condizione sociale di chi lo frequenta – e non può che farlo su base rigorosamente democratica – la frequenza scolastica non può, come invece purtroppo già accade, fungere da ammortizzatore sociale per studenti e famiglie.

Che ciò accada lo si vede con evidenza per quanto riguarda l’istruzione superiore, con le iscrizioni alle università in costante aumento per anni e l’ingresso nel mondo del lavoro sempre più ritardato, difficile e precario.
Pari successo anziché pari accesso per mantenere i ragazzi occupati, garantendo a tutti un foglio che assicura l’illusione del successo. Ma lo fa solamente sulla carta.

Com’era inevitabile, l’assurda scelta di trasformare il diritto allo studio in diritto al diploma – il copyright appartiene ad Angelo Panebianco, che ha recentemente affrontato la questione in un bell’editoriale sul Corriere della Sera – ha provocato un drammatico abbassamento degli standard.

Le conseguenze sono visibili nei risultati, paurosi, dell’ultimo concorso per insegnanti: errori da scuola elementare per aspiranti professionisti che sulla carta dovrebbero essere iper-formati; “xké” al posto di “perché”; il 71% dei candidati che non supera lo scritto a livello nazionale. Si tratta, del resto, di un effetto del tutto logico dopo anni in cui agli studenti dei decenni scorsi, che oggi aspirano ad insegnare, è stato ripetuto senza sosta che anche senza conoscere il programma si può andare avanti lo stesso.

Un tradimento della scuola democratica, che garantisce l’eguaglianza delle opportunità, e che è stata sostituita da una scuola giacobina che per colmare le diseguaglianze pretende di rimuovere ogni differenza. In nome del buonismo.

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