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Scritto da il mar 22, 2021 in Attualità, Primo Piano | 0 commenti

Benedetta autarchia vaccinale

Benedetta autarchia vaccinale

È passato un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19 che ha stravolto incredibilmente il mondo e le nostre vite. E altrettanto incredibilmente sembra di essere sempre punto e a capo, nonostante siano passati dodici mesi e siano morte (invano?) milioni di persone.

Dopo un anno si parla ancora di lockdown e si vive ancora nel terrore e sotto le stringenti misure di contenimento adottate dai governi. Nel caso italiano, giusto per fare un esempio, sembra essere diventata ormai una normalità, e il male minore, il coprifuoco alle ore 22. Peraltro, manco fossimo in guerra. Anche se, a ben vedere, questa è peggio di una guerra.

La speranza c’è, va coltivata ed è rappresentata dai vaccini anti-coronavirus. Ma per non rendere questa speranza concreta un’astratta e vana illusione è bene smarcarsi dai colossi farmaceutici (auto)incaricati di sfornare dai propri stabilimenti e laboratori la panacea contro questo male oscuro.
Se vogliamo veramente equipaggiarci e arricchire di armi efficaci il nostro arsenale contro il Covid-19, infatti, bisogna smarcarsi dal rapporto di totale dipendenza dalle case produttrici, così da non sottostare ai lori ricatti, e iniziare a produrci i vaccini per i fatti nostri. Perché l’obiettivo ultimo deve essere il bene comunque – la salvaguardia, per quanto possibile, della nostra economia e società, delle nostre imprese, dei nostri posti di lavoro, delle nostre vite! – e non il fatturato di Big Pharma.

Per cui, ben venga (eufemismo) l’autarchia vaccinale. Ovvero il fatto che l’Italia, così come altri Paesi del Vecchio Continente e del mondo, si produca da sola i vaccini, senza contare per forza di cose, appunto, sulle statunitensi Pfizer e Moderna o sull’anglo-svedese Astrazeneca, giusto per fare qualche nome. Finalmente (!) nel Belpaese da qualche settimana si è iniziata a parlare con grande insistenza della possibilità di auto-produrci il siero contro il veleno del SARS-CoV-2 e dalle parole si è passati ai fatti, visto che diverse realtà nostrane si sono messe in moto, dopo aver trovato l’accordo con Farmindustria e il governo di Mario Draghi.

La buona notizia è che – checché se ne dica – l’Italia ha la bravura-fortuna di poter contare su diverse realtà forti di stabilimenti equipaggiati a livello tecnologico (ci riferiamo ai macchinari per produrre fisicamente i vaccini: i bioreattori e gli infialatori), per cui “basta” rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare tanto e bene. Certo, c’è il nodo delle tempistiche: per loro stessa natura, i vaccini richiedono tempistiche di preparazioni dilatate nel tempo (dai quattro ai sei mesi), per cui bisogna portare pazienza, continuando a tenere duro come abbiamo ormai imparato a fare fin troppo bene.

Interessante, in questo contesto, ciò che sta accadendo tra Milano e Monza: nella capitale economica dello Stivale, infatti, l’Università Bicocca si è detta pronta a iniziare la sperimentazione del vaccino tricolore, mentre nei laboratori di una PMI (benedette piccole-medie imprese!, che rappresentano il tessuto socio-economico di questo disgraziato Paese) della Brianza saranno prodotte circa 10 milioni di dose del tanto bistrattato vaccino russo Sputnik, entro la fine del 2021.

In questo anno c’è chi ha perso la vita e chi, invece, si è ritrovato con la propria esistenza sospesa. Per far sì che si perda il meno tempo possibile – perché ne abbiamo già perso abbastanza e nessuno ce lo restituirà mai indietro, così come abbiamo già perso tante-troppe persone e cose – bisogna dare un’accelerata a questa benedetta autarchia vaccinale. Di fatto una sorta di maxi-operazione “pro-bono publico”, perché l’unico guadagno e profitto deve essere il bene e la salute di tutti. Speriamo solo che la politica, almeno questa volta, non malgoverni e non morda il freno. Altrimenti, sì, ahinoi può andare anche peggio di così…

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