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Il debito greco con l’Italia è cresciuto del 500% in 5 anni. L’Italia ha prestato 61,2 miliardi di euro

Editoriale IBL – ILVA: l’esperienza non insegna

Un altro salvataggio di Stato con i soldi dei cittadini. E continua l’agonia

Scritto da il gen 3, 2014 in Definizioni economiche | 3 commenti

Definizione della settimana: Spread

Definizione della settimana: Spread

Da oltre due anni, quotidiani e telegiornali nominano lo “spread” con cadenza regolare: esso è stato ritenuto infatti, a torto o a ragione, il termometro di un’economia malata. Se lo spread sale – ci è stato detto spesso – aumenta la febbre dell’Italia, che quindi è considerata “a rischio” dai mercati; se lo spread scende, la situazione dell’economia migliora.  

“Spread” è il termine inglese che indica il “differenziale”, o la differenza, tra due tassi d’interesse. Il tasso d’interesse (o rendimento) è la percentuale-premio corrisposta da uno Stato o da un privato a chiunque gli presti del denaro. Nella crisi dell’euro, lo spread seguìto con più attenzione dai media è quello tra il tasso d’interesse sui titoli di Stato italiani a 10 anni (Btp, Buono del Tesoro Poliennale) e il tasso d’interesse sui titoli di Stato tedeschi (Bund) a dieci anni. Un esempio? Oggi il tasso sul Btp a dieci anni è del 4,08%, e quello sul Bund a 1,75%; la differenza, o spread, è uguale a 2,33%, o “233 punti base” come si legge sui giornali. Il tasso d’interesse (o rendimento) su un titolo di Stato non è fisso; sale quando gli investitori che hanno acquistato quel “pezzetto di debito” si sentono a rischio: ritengono cioè che aumenti la possibilità che lo Stato non saldi i suoi debiti con loro. Se il rendimento di un Btp sale e il rendimento di un Bund rimane stabile, la differenza tra i due tassi d’interesse aumenta. Perciò: “più spread” uguale “più rischio”.

Contrariamente a ciò che si potrebbe credere, l’aumento dello spread non è sempre “colpa” della condotta del Governo. E’ certo invece che tale aumento ha un impatto negativo sul nostro portafoglio: pesa sui conti pubblici, perché lo Stato dovrà pagare più interessi sul debito e sarà spinto ad alzare le tasse; colpisce i bilanci delle banche che erogheranno meno prestiti e mutui.

Mettiamoci nei panni di un risparmiatore o di un investitore che voglia acquistare titoli di Stato italiani, dietro promessa dello Stato di vedersi restituire tutti i soldi, con gli interessi, tra 10 anni. In cambio di questo investimento, il risparmiatore chiede una sorta di “premio per il rischio”, che equivale al tasso d’interesse sul debito, o rendimento: tale interesse cresce se il risparmiatore/investitore vedrà un minimo pericolo che il nostro Stato possa decidere di non rimborsare il suo debito. Mentre scriviamo, a fine novembre 2013, il tasso di interesse su un titolo del debito italiano a scadenza decennale è pari al 4,08%. Un titolo decennale tedesco, sempre a scadenza decennale, è considerato più sicuro dai risparmiatori che perciò esigono un premio per il rischio inferiore: oggi il tasso d’interesse sul Bund decennale è 1,75%. La differenza tra questi due tassi si chiama “spread”, e dovrebbe rappresentare la probabilità relativa di insolvenza dei due debitori sovrani – lo Stato italiano e quello tedesco, che emettono i rispettivi titoli di debito – agli occhi dei creditori, cioè di coloro che acquistano, detengono e rivendono quei titoli. Oggi questa differenza (4,08% – 1,75%) è pari a 2,33%, cioè a 233 punti base.

PRIMA DELLA CRISI DEL 2008, DOV’ERA LO SPREAD? Lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, fino all’inizio della crisi finanziaria, era quasi inesistente, inferiore a un punto percentuale (cioè sotto i 100 punti base). L’idea che uno Stato della zona euro potesse fallire era scomparsa dalla mente degli investitori. Poi, fino a metà 2011, lo spread è cresciuto lentamente fino a sfiorare i due punti: nel 2009 infatti, la Grecia rese noto che il suo bilancio pubblico era in condizioni peggiori di quelle note fino a quel momento; a partire da allora, considerati anche i malumori nei Paesi nordici e la loro contrarietà a interventi di sostegno ad Atene, si diffuse l’idea che un default statale in Europa non era più impossibile. Nel novembre 2011, improvvisamente, il differenziale tra titoli italiani e tedeschi schizzò e arrivò a sfiorare i sei punti percentuali: il record, in quel mese, fu di 578 punti base; in quel frangente Silvio Berlusconi si convinse alla fine a dimettersi da presidente del Consiglio, lasciando il posto all’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti. Da quel momento lo spread iniziò a scendere, ma poi si alzò di nuovo e superò i 500 punti nella primavera del 2012. Tra l’agosto e il settembre 2012 cominciò a ripiegare in maniera stabile, soprattutto dopo che la Banca centrale europea annunciò la costruzione del suo “scudo anti-spread”, l’Omt (o Outright monetary transactions), cioè la disponibilità ad acquistare quantitativi illimitati di titoli del debito dei Paesi che si sarebbero trovati in difficoltà e avrebbero accettato un piano di aiuti e riforme gestito dall’Ue. Oggi lo spread tra Btp e Bund oscilla tra i 230 e i 250 punti. Di seguito, in due grafici della Banca d’Italia, l’andamento dello spread Btp/Bund, e l’attuale spread tra i titoli di Stato di alcuni Paesi dell’Eurozona e la Germania.

Spread

L’IMPATTO SUI CONTI PUBBLICI. Lo spread è calcolato sul mercato secondario, dove si scambiano i titoli di Stato già emessi. L’aumento dello spread però condiziona fortemente i tassi nelle aste di nuovi titoli di Stato: se gli investitori vedono lo spread salire, esigeranno un rendimento maggiore sul debito da acquistare, con annesso aggravio sui conti pubblici. Nel 2012, infatti, dopo l’impennata dello spread iniziata nel 2011, lo Stato italiano ha speso il 5% del prodotto interno lordo solo per ripagare gli interessi sul debito (VEDI LA VOCE “DEBITO PUBBLICO”). Secondo Unimpresa, se oggi lo spread scendesse stabilmente a 200 punti, e calcolando la riduzione di spesa per interessi su Bot, Btp, Cct e Ctz da emettere nei prossimi 16 mesi, si creerebbe un “tesoretto” di 7-10 miliardi di euro nel biennio 2013-2014. Mentre secondo la Banca d’Italia, è già quantificabile il danno che l’incremento dello spread ci ha causato: tra aggravio dei conti pubblici e contraccolpi sul costo del credito, esso è responsabile di quasi la metà esatta dei 2,1 punti di pil persi nel 2012.

L’IMPATTO SUI PRESTITI A IMPRESE E FAMIGLIE. Da mesi le banche italiane, un po’ per scelta propria un po’ per condizionamento esterno, hanno incrementato i loro acquisti di titoli di Stato domestici. Alla fine di settembre, gli istituti di credito detenevano titoli di Stato per un valore di 390 miliardi di euro, pari al 10 per cento delle attività delle stesse banche (nel dicembre 2011, i titoli di Stato rappresentavano il 6% delle attività). Se lo spread sale e il debito pubblico diventa più rischioso, le banche sono costrette dalle regole contabili a svalutare tutti questi titoli presenti nel loro bilancio, esibendo perdite. In termini più tecnici, scrive il quotidiano finanziario Sole 24 Ore: “Se aumenta il rendimento dei titoli di Stato italiani, diminuisce il loro prezzo (che si muove in modo inverso). Ne consegue che un aumento dei rendimenti dei Btp – che difatti si traduce anche in un aumento dello spread tra Btp e Bund tedeschi – indebolisce il valore (prezzo) dei titoli di Stato posseduti dalle banche italiane”.  Il problema è che se i bilanci delle banche si indeboliscono, l’affidabilità attribuita agli stessi istituti di credito diminuisce, la loro valutazione (o rating) peggiora, facendo aumentare i costi che l’istituto deve sostenere sul mercato interbancario per raccogliere denaro. Così l’aumento dello spread scoraggia le banche dall’erogare prestiti alle famiglie e alle imprese. Una situazione, quella del credito, già disastrosa in Italia, dove i tassi per prestiti fino a 1 milione di euro sono al 4,34%, contro il 3,74% della media europea; mentre i tassi per i prestiti oltre tale soglia sono mediamente del 2,98%, contro il 2,21% europeo. E queste sono le stime più conservatrici, quelle fornite cioè dall’Abi, l’Associazione bancaria italiana!

SE LO SPREAD AUMENTA, NON E’ SEMPRE COLPA NOSTRA. Se gli investitori, negli scorsi mesi, hanno avuto paura che il nostro Paese non saldasse i suoi debiti con loro, dev’essere colpa delle nostre politiche inefficaci, della scarsa capacità di crescita del Paese, e della sua storica tendenza a spendere troppo. Vero, ma solo in parte. Secondo alcuni ricercatori della Banca d’Italia, per esempio, lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi alla metà del 2012 si sarebbe dovuto aggirare attorno ai 200 punti, e non attorno ai 500 come al momento dell’uscita dello studio. Qual è la genesi di questo ulteriore e ingiustificato costo? Essenzialmente, secondo Banca d’Italia (e non solo), l’Italia ha pagato oltremisura le azioni di alcuni speculatori, e le sensazioni del grosso degli investitori, che avrebbero scommesso e creduto sulla rottura dell’euro. Questo timore, o questa speranza per alcuni, ha generato una fuga generalizzata degli investitori stranieri dai titoli italiani (che infatti sono stati riacquistati in larga parte dalle banche del Paese) e una corsa all’acquisto dei titoli considerati più sicuri, quelli tedeschi per esempio: così il rendimento sui nostri titoli è cresciuto, anche se le condizioni macroeconomiche non erano così differenti da quelle di pochi mesi prima, e il rendimento sui titoli tedeschi è sceso ancora, facendo aumentare lo spread. Questo, ripetiamo, indipendentemente dalla condizioni di salute dell’economia italiana e di quella tedesca. Non a caso, sempre a parità di condizioni economiche, lo spread è sceso in maniera stabile subito dopo che la Banca centrale europea, alla fine dell’estate 2012, si è pubblicamente detta pronta a fare “tutto il necessario” (“whatever it takes”) per salvare l’euro, contrastando la speculazione sui mercati.

3 Commenti

  1. Gli speculatori sono gli anglosassoni che sapevano che vendendo i titoli di stato italiani (la stessa cosa è avvenuta per i piigs, tutti paesi cattolici ad eccezione della grecia ortodossa ma sotto la guida della chiesa greca – non russa – e dove il secondo settore di importanza del pil dopo il turismo e quello degli armatori, vedi aristotele onassis che comincia la sua fortuna in argentina, cattolica, come telefonista dal 59 al 68 ha come compagna Maria Callas “la divina”, sposa poi la vedova jaqueline kennedy del primo presidente cattolico degli stati uniti d’america (vedi l’emissione da parte di qust’ultimo dei dollari garantiti da argento, scacco alla fed, e vedi quali sono i principali paesi produttori d’argento del mondo), tornando a aristotele onassis questo riceve a seguito un’indagine dell’fbi del 54 una multa di 7 (sette) milioni di dollari per avere con le sue petroliere praticato prezzi troppo alti agli alleati), avrebbero costretto le banche a drenare denaro (revocare fidi) ,alle imprese italiane, per comperare invece i titoli di stato venduti dagli anglosassoni, aumentando la crisi già iniziata con la concorrenza cinese (anche’essa anglosassone) e non certo determinata dai derivati tossici (le banche cattoliche non sono così stupide, salvo il trasferimento di fondi a deutsche bank da parte di montepaschi) da comperare carta straccia. A quel punto piene di titoli di stato le banche cattoliche italiane si sono dovute avvalere dell’aiuto della BCE per avere liquidità (dato che non c’era più banca d’italia come prestatore di ultima istanza a stampare moneta, vedi salvataggio banco ambrosiano e vedi diveramente caso montepaschi entrambi esempi di trasferimenti di fondi all’estero, solo che con montepaschi si era già in era euro bce).
    La Bce (cara Angela anglosassone) ha detto io attuo il quantitative easing se volete un aiuto per i vosti titoli (cioè ne compro una quantità enorme da banche e assicurazioni- mercato secondario – ed in questo modo è venuta in possesso della spesa pubblica italiana portando l’italia in una crisi economica ancora più grande di prima, una crisi da FINE DEL MONDO pensa te!

  2. In Italia la crisi non è stata conseguenza dei subprime USA bensì di:
    a) abolizione della scala mobile (abrogata prima in Francia che in Italia). La scala mobile era possibile in una struttura monetaria come lo SME dove se la valuta oscillava oltre il 4% rispetto alla parità si rivalutava o si SVALUTAVA. Con l’introduzione dell’euro i cambi tornavano fissi come nel sistema di Bretton Woods ed alcuni paesi erano più competitivi di altri perchè non possedevano strumenti di indicizzazioni dei salari/stipendi,
    b) introduzione dell’euro che ha falciato (più ancora della soppressione della scala mobile), il potere d’acquisto degli Italiani,
    c) concorrenza asiatica che ha distrutto interi distretti come il tessile di Prato, ha portato Benetton e Luxottica all’estero e ha comunque, o fatto delocalizzare, o chiudere molte imprese italiane.
    Queste 3 componenti hanno compresso la domanda interna e
    ridotto l’ammontare dei risparmi nelle banche del paese.L’avvento della crisi era già noto alla classe dirigente italiana sin dal 76, quando Edoardo Bennato pubblica la torre di babele, SI VEDA AL RIGUARDO LA 3A (TERZA) canzone della prima facciata: EAA. Questa pubblicazione è successiva al viaggio di Nixon in Cina.Quindi la speculazione delle banche anglosassoni, che cedono titoli di stato italiani, si inserisce in un contesto di crisi crescente del sistema che comporterebbe la fase di riduzione della liquidità delle banche italiane , che si aggrava con la necessità di acquistare i titoli in questione. D’altra parte è vero che gli italiani sono ricchi e che quando avviene questa speculazione, ed il conseguente aumento dello spread a 578 punti base, i media ne danno una risonanza ENORME. Al contrerio quando la Parmalat (stessa proprietà delle banche italiane) viene a essere oggetto di indagine nel processo “Spartacus” alla camorra, l’evento viene praticamente ignorato dai media nazionali (sono presenti solo alcuni media locali come si evince da Gomorra di Roberto Saviano).Ciò vuol dire che il governo tecnico di Monti (ed i connessi sacrifici) sono stato accettati dal potere italiano, conscio quest’ultimo che come era successo per la prima rivoluzione industriale avventa in inghilterra a metà del 700 e successivamente trasferita in Usa, Giappone, Europa, ora la fabbrica del mondo sarebbe diventata la Cina ed un volersi arroccare nella produzione di prodotti non “made in Italy” ad alto valore aggiunto sarebbe equivalso ad un suicidio. Il sistema ha perciò dato un eco mediatico ENORME alle previsioni catastrofiche circa il rischio default dei paesi Piigs, effettuate da Standard’s & Poor, Fitche e Moodys (ricordo che anche il bilancio di Parmalat era stato certificato da una società americana di revisione e certificazione, la quale ne aveva garantito il rispetto dei principi contabili ragioneristici, tale società di consulenza peraltro rispondeva nei confronti degli obbligazionisti gabbati e dei terzi aventi diritto solo nel limite del compenso ricevuto per l’opera di consulenza, questo a dimostrare quanto CONTA VERAMENTE IL GIUDIZIO DI UNA SOCIETA’ DI RATING SULL’ECONOMIA DI UNO S T A T O).Pertanto non è stata la sola speculazione delle banche anglosassoni ma anche un giudizio di convenienza che ha spinto i responsabili economici italiani ad aderire al quantitative easing ed a cedere non il 10% ma una percentuale enorme del debito pubblico alla BCE (la responsabilità finale di tale quota resta per l’80% alla banca d’italia) rendendo le imprese anglosassoni fornitori della domanda generata dalla spesa pubblica italiana e generando così il 4°) e più importante fattore di crisi per l’economia del nostro paese. SIAMO NELLA MERDA.

  3. scrive:i doppiatori e le voci fuori campo itilnaae lo meritano cara margaret. spero che siano in tanti a firmare sul tuo blog per questa tua importante iniziativa.

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