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Scritto da il apr 14, 2016 in Attualità, Primo Piano, Senza categoria | 0 commenti

Il calo della disoccupazione? Era solo un’illusione

Il calo della disoccupazione? Era solo un’illusione

Per mesi Matteo Renzi ci ha ripetuto che la crisi dell’occupazione era ormai alle spalle. Ma ora i dati dimostrano che i numeri del premier erano “drogati”: finito l’effetto della decontribuzione, gli indici su occupati e inoccupati tornano a certificare il disastro in cui stagna il nostro Paese. E i più penalizzati sono – come sempre – i giovani

In Italia la disoccupazione sta davvero calando? A un osservatore poco attento, la risposta potrebbe sembrare positiva.

Questo infatti è quello che ci viene ripetuto quotidianamente dal premier Matteo Renzi e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che a ogni minimo calo degli indici della disoccupazione si affrettano a dichiarare a destra e a manca come l’Italia sia ormai fuori dal guado, in piena ripresa e con la crisi alle spalle.

Ma se  una rondine non fa primavera – e dunque, fuori di metafora, un dato positivo non toglie l’Italia dalla crisi  - sarà forse vero il contrario? Al momento della pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione di febbraio, infatti, sono stati in molti ad attaccare l’esecutivo: a febbraio il tasso di disoccupazione è risalito all’11,7%, in crescita di 0,1% punti percentuali rispetto al mese precedente, con un preoccupante -97mila occupati.

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha liquidato la brutta notizia parlando di “oscillazioni congiunturali” che riflettono una situazione economica ancora incerta, quasi a voler relegare il dato di febbraio a ultimo sintomo di un morbo ormai in via di guarigione. Ma qual è la verità? Il calo degli occupati registrati a febbraio rappresenta un fenomeno fisiologico o patologico?

Guardando il rapporto dell’Istat, si può notare come rispetto a gennaio aumentino gli inattivi di 58mila unità, tra cui ben 49mila sono donne. Nello stesso periodo è da notare come calino gli occupati soprattutto nelle fasce d’età medio-basse (-39mila fra i 25 e i 34 anni, -86mila fra i 35 i 49), a fronte di un aumento fra gli over 50 (che crescono di 17mila unità). Ancora una volta, a essere penalizzati sono giovani e donne.

Spaventoso il dato relativo alla disoccupazione giovanile, che nonostante tutti gli sforzi rimane comunque al 39,01%, in calo appena dello 0,1% rispetto al mese precedente. Un dato ancora più preoccupante se confrontato con quello del resto d’Europa: secondo i dati Eurostat per disoccupazione giovanile l’Italia fa meglio solo della Spagna (45,3%) e di una Grecia di cui non sono disponibili i dati, anche se andrebbe rimarcato come un anno fa Madrid facesse registrare un tasso di disoccupazione fra i giovani di quasi 51 punti percentuali, mentre l’Italia si fermava “appena” al 41,6%. Non è difficile giudicare chi abbia lavorato meglio, se il governo di Matteo Renzi o quello di Mariano Rajoy.

Ma se il confronto con l’Europa è impietoso, il dato di febbraio rappresenta un sintomo grave o solo un’inquietante anomalia? Secondo Francesco Seghezzi, autore de Linkiesta e dottorando in Formazione della Persona e mercato del lavoro all’Università di Bergamo, i numeri resi pubblici dall’ISTAT svelano un’amara verità: il Jobs Act ha esaurito i propri effetti e il mercato del lavoro, non più “drogato”, torna a patire lo stress di quella crisi che si era data troppo presto per spacciata.

Il dato sul calo dei lavoratori a tempo indeterminato sembra confermare l’ipotesi, avanzata da molti esperti, che una volta venuto meno l’effetto della decontribuzione per questo tipo di assunzioni, le vie privilegiate per entrare nel mondo del lavoro sono tornate ad essere quelle tradizionali del precariato: contratto a chiamata, impiego di freelance, assunzioni tramite agenzie.

Non è tutto: dal 2015 al 2018 la decontribuzione per i nuovi contratti di lavoro è costata e costerà ben 19,5 miliardi di euro, a fronte di una copertura di appena 15 miliardi. Il buco di 4,5 miliardi rischia così di gravare ulteriormente su un quadro già parecchio provato, sia dal punto di vista dei conti che da quello politico.

Se la decontribuzione per il milione e mezzo di contratti sembra aver prodotto benefici solo limitati nel tempo, che dire dell’ennesimo bonus (di 80 euro) promesso dal premier ai titolari di pensione minima ?

Al netto delle critiche dei sindacati, la misura è stata attaccata duramente addirittura dallo stesso sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti. Che si è scagliato contro il “populismo di governo”, richiamandosi al rispetto delle “giuste priorità”. Sui dati preoccupanti del mercato del lavoro, per ora, non una parola. Basterà attendere le prossime rilevazioni per scoprire se anche le scelte in materia di occupazione si sono rivelate o meno vincenti. Populiste o meno che le si possa ritenere.

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