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Scritto da il set 20, 2020 in Attualità, Primo Piano | 0 commenti

Taglio dei parlamentari? La vera riforma sarebbe quella contro il trasformismo

Taglio dei parlamentari? La vera riforma sarebbe quella contro il trasformismo

 

Domenica 20 e lunedì 21 settembre si vota in Italia per il referendum sul taglio dei parlamentari, tanto voluto dal Movimento 5 Stelle. La riduzione del numero di deputati e senatori – da 945 a 600 – è uno storico cavallo di battaglia anti casta dei pentastellati, diventato quasi realtà un anno fa con l’approvazione della cosiddetta “legge Taglia-poltrone”.

“Dobbiamo ridurre i costi della politica”, ripetono da anni i grillini. Certo, tagliando 345 eletti il Belpaese riuscirebbe a risparmiare centinaia di milioni di euro, questo è innegabile. Secondo le più rosee stime del M5s, anche 500 milioni a legislatura. Ecco, in realtà non sarebbe esattamente di mezzo miliardo il risparmio per le casse dello stato, bensì di 285 milioni. Secondo una recente stima dell’Osservatorio dei Conti pubblici italiani, infatti, “il risparmio netto generato dall’approvazione di questa riforma sarà molto più basso (285 milioni a legislatura o 57 milioni annui) e pari soltanto allo 0,007% della spesa pubblica italiana”. Ne vale davvero la pena?

Secondo i sostenitori del “No” il gioco non vale la candela, economicamente parlando. Chi osteggia la riforma avanza anche preoccupazioni a livello di democrazia e rappresentanza territoriale dal momento che attualmente ciascun parlamentare rappresenta 64mila cittadini, e dopo la riforma ne andrebbe a rappresentare 101mila circa. Francamente, non ci sembra che tale riduzione del numero dei parlamentari rappresenti un serio rischio per la democrazia: l’Italia ora come ora, è il Paese europeo con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo.

Il vero punto, semmai, è un altro. Ed è quello – duplice – rappresentato da una legge elettorale che garantisca governabilità e che non consenta ai partiti di fare i governi con chiunque pur di tenersi stretta la poltrona. E proprio su questo punto il Movimento 5 Stelle dovrebbe cospargersi il capo di cenere.

“Non faremo mai alleanze con nessuno”, “Non scenderemo a patti con i vecchi partiti” garantiva Beppe Grillo e ripetevano i suoi prescelti come un disco rotto. Dal 2013 a oggi il Movimento 5 Stelle non sono si è istituzionalizzato ma è diventato campione di quel trasformismo da Prima Repubblica lungamente e aspramente criticato.

Com’è possibile, nel giro di appena dodici mesi, fare un governo con la Lega di Matteo Salvini e un altro con il Partito Democratico di Nicola Zingaretti e Italia Viva di Matteo Renzi? Vivessimo in un Paese normale diremmo che è cosa impossibile, fantascienza, fantapolitica. E invece i pentastellati ci sono riusciti. E hanno pure cercato di ridimensionare e mascherare le piroette e capriole carpiate eseguite di continuo.

In un Paese normale sarebbe anche cosa ovvia pretendere una classe politica all’altezza dei ruoli chiamati a ricoprire e delle sfide chiamate ad affrontare. La competenza, però, è valore sostanzialmente sconosciuto nella galassia grillina, che ha sempre fatto dell’onestà e della “verginità politica” le proprie stelle polari e i requisiti richiesti per servire il popolo. E le competenze?

Ecco, dal momento che il parlamento italiano è infarcito di dilettanti allo sbaraglio e di ministri del Lavoro che non hanno mai lavorato (Di Maio) e di ministri degli Esteri che non sanno le lingue (sempre Di Maio!), sarebbe una consolazione poter votare un partito e un politico e avere la certezza che poi quello stesso partito o politico non vada a fare un governo con gli avversari dall’altra parte della barricata. Perché altrimenti, al di là del numero dei nostri parlamentari, la presa in giro è doppia. E per il popolo italiano la misura è ormai colma.

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